L a storia della Pastasciutta antifascista che è saltata fuori ieri pareva un caso perfetto di grottesco da ombrellone. Così tipica dei nostri tempi opachi, così capace di tenere insieme l’animuccia tremula della provincia italiana e la voglia pruriginosa di liberarsi della Liberazione.

Di per sé la storia è breve: Anpi e collettivi hanno organizzato l’annuale spaghettata di popolo in memoria del pasto offerto dalla famiglia Cervi per la caduta del fascismo, ma poi la parrocchia ha negato la sede perché l’evento le suonava “politico” e “divisivo”. In effetti nulla è politico quanto celebrare la caduta di una dittatura, però in una democrazia liberale una pastasciutta antifascista dovrebbe irritare solo i celiaci. Ma quando provi a spiegarlo ti senti cigolare in testa tutto il solito non detto: una parte della sinistra che ha tentato di egemonizzare l’antifascismo, una parte della destra che gliel’ha sornionamente lasciato fare. E insomma è una fatica, un’angoscia. Solo che ieri il vescovo Palmieri ha chiamato l’Ansa. Ha spiegato che per il pranzo di domenica 26 c’è già un’altra sede, che il parroco viene dal Kenya e aveva frainteso l’evento, ma soprattutto ha detto: «Antifascismo, libertà e democrazia sono valori costituzionali che non dovrebbero appartenere né alla destra né alla sinistra, ma essere patrimonio condiviso di tutto il Paese». Grazie, monsignore. Parole sante.

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