V iviamo in un Paese che racconta miracoli pur di farci sentire cittadini di Bengodi e Pinocchietti nel campo dei falsi miracoli. I prezzi aumentano, gli stipendi tranciati dall’inflazione eppure, si dice, i ristoranti sono pieni: di chi ha i portafogli pieni. Ci dicono che gli incidenti stradali sono diminuiti, senza precisare che il numero dei morti non cambia e che non tutte le sterzate maldestre sono certificate dai verbali. Ci dicono anche che i reati calano ma non gli omicidi e le violenze. Gli incidenti nel lavoro ovviamente in calo. E i morti, i feriti gravi? In crescendo. La sanità e la giustizia a pezzi: riformiamo. E così via alla ricerca tranquillizzante di un Tibet italiano che non è fatto di monaci ma di lavoratori, insegnanti, operai, sottoccupati, disoccupati e poveri che non campano attaccati alle flebo Istat ma ai conti della serva. Il “Tibet tibetano” è parlar di altri mondi, un modo come un altro per nascondere la polvere sotto il tappeto di un perbenismo di facciata che apprezza il sindaco che toglie le panchine dalla piazza per non far sedere gli extracomunitari e gli sbandati e nello stesso istante allontana i pensionati, i vecchi che Claudio Baglioni vedeva sulle panchine dei giardini a succhiare “fili d’erba”. Il nostro Tibet è l’assurda guerra del povero di testa e di cuore contro il povero di euro e di opportunità.

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