SPORT - MOTORI

l'intervista

Alessandro Barbero, sardo d'adozione, e la sua Dakar: "Non è una missione impossibile"

Torinese, ma residente da dodici anni a San Teodoro, ha corso quella che è tra le più complicate gare motoristiche del mondo
il pilota alessandro barbero (l unione sarda foto chessa)
Il pilota Alessandro Barbero (L'Unione Sarda - foto Chessa)

Alessandro Barbero, torinese di nascita ma sardo di adozione, vive da dodici anni a San Teodoro e racconta che proprio davanti alle cristalline acque di Capo Coda Cavallo, dove lavora ogni giorno, è iniziata l'avventura che lo ha portato a correre - e concludere - la Dakar 2020.

Dodici tappe, per un totale di 5097 km di prove speciali, con partenza da Jeddah e arrivo a Qiddiyah.

La sfida, tra le più note, amate e complicate gare motoristiche del pianeta, ha un fascino unico dato anche dal livello di difficoltà che la caratterizza - come dimostrano anche i numerosi incidenti, talvolta purtroppo mortali - ma, secondo Barbero, che parla per esperienza personale, non è una missione impossibile, nemmeno per i non professionisti.

Lei, che tra i 351 al via, di cui 170 moto o quod, ha gareggiato e concluso la gara col numero 106, può raccontarci come è nata l'idea di partecipare?

"Mi sono iscritto per caso. È venuto a trovarmi a San Teodoro uno dei responsabili italiani e mi ha fatto vedere tutti i percorsi. A quel punto io gli ho chiesto di partecipare ma le iscrizioni erano al completo. L'unica speranza era che ci fosse qualche ritiro e così è stato. E dunque il 31 dicembre son partito, il 5 gennaio ho corso la prima prova speciale e, dopo dodici giorni di gare, il 17 sono ripartito da Riyadh alla volta della Sardegna".

Che mezzo ha usato?

"Ho gareggiato in moto, da privato. Ho usato un Ktm Cross 450 a iniezione, che ho iniziato a modificare a inizio settembre. Ho rifatto il serbatoio in alluminio, gli anteriori e i posteriori e infine ho costruito una colonna portastrumenti ricavandola da una vecchia Ktm".

Aveva già disputato gare simili?

"Nel 2014 avevo fatto l'Africa Race in Africa, con un Ktm 450 a carburatore e, nel 2016, la vecchia Dakar, in Sud America, con un Husqvarna a iniezione. Diversamente dall'America Latina stavolta mi sono piaciuti tanto i terreni, un'esperienza molto simile alla navigazione in Africa. L'ho trovato un tracciato molto carino e interessante".

Ha vissuto situazioni di pericolo?

"I pericoli non mancano mai perché si va molto forte, ma chi ha preparato il Road Book lo ha fatto perfettamente, io non ho trovato alcun errore. Quello che c'è scritto coincide con quello che poi si trova sul posto, è tutto indicato lì, poi sta al singolo decidere se seguirlo o se andare più veloce, ma in quel caso il pilota prende i propri rischi. Io personalmente ho preferito non farlo mai".

Dunque ha seguito il Road Book alla lettera per ridurre le possibilità di incappare in spiacevoli imprevisti? "Sì, a me piace andare a passeggio, la prendo come una vacanza: è un modo per visitare posti nuovi, anche se è un po' faticoso! Il discorso è che alla fine l'errore e l'incidente ci possono stare. È un gioco pericoloso. Le moto da cross, da rally e da enduro sono molto divertenti e molto belle ma bisogna sempre prendersi le proprie responsabilità perché si sa a cosa si va incontro. Per questo io corro in pista, mi alleno e mi preparo a Riola Sardo e a Padru, ma non uso mai la moto nel quotidiano, prendo sempre l'automobile".

Cosa le è piaciuto di più della Dakar 2020?

"Intanto non ero mai stato in Arabia Saudita e sono lieto di averla visitata. In secondo luogo, benché per l'Aso, l'azienda francese che organizza la Dakar e anche il Tour de France e la Vuelta, la scelta di gareggiare in quel territorio sia stata sicuramente dettata dal business, io trovo che quella decisione si sia rivelata anche un ottimo modo di aprire al mondo una società medio orientale che merita di essere conosciuta e non c'è modo migliore dello sport per unire due tipologie di culture differenti".

Lei è riuscito a partecipare e ha anche concluso la gara. Come si è classificato nella categoria moto?

"Ho chiuso quarantanovesimo, terzo degli italiani, primo dei non professionisti e il tutto senza prendere rischi (a più 15h 31' 58" dal vincitore, l'americano Ricky Brabec, che ha terminato in 40h 02' 36" n.d.r.). Perché, come ho detto, a me piace cominciare ma anche finire!". Pensa che la rifarà? "Sì, la rifarò perché guidare la moto è quello che amo fare".

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