SALUTE

L'intervento

Il giuramento di Ippocrate: una gioia, se il medico riesce a "umanizzare la medicina"

"Curare la malattia, il malato o entrambi?". Fare il medico non è un mestiere, ma una missione
immagine simbolo (foto da google)
Immagine simbolo (foto da Google)

Il rapporto fra medico e paziente è complesso e di esso si discute dal tempo di Ippocrate, il più illustre esponente della medicina greca a cui viene attribuito il Giuramento che ogni medico doveva pronunciare impegnandosi a proteggere con i suoi atti la vita degli uomini.

Il nostro giuramento, invece, ha avuto molte rivisitazioni, l’ultima del 2007. In sintesi con esso noi medici al momento della laurea ci impegniamo: ad esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio; a perseguire la difesa della vita; a curare ogni paziente con uguale scrupolo e impegno; ad astenerci da ogni accanimento terapeutico; ad attenerci nei confronti del paziente ai principi della solidarietà umana; a promuovere col paziente un’alleanza fondata sulla fiducia; ad esercitare infine la medicina con scienza e coscienza.

Il giuramento costituisce un impegno gravoso, ma allo stesso tempo può dare gioia e soddisfazione ad ogni medico che riesce a renderlo una cosa viva. Perché questo non è solo un mestiere, ma una missione. Il convivere con la gioia del ridare speranza e salute ad un paziente non è disgiunto dal viverne la sofferenza e gli insuccessi. Per questo la società nell’affidare questo compito cruciale dovrebbe cercare di darlo in mani sicure. Non basta studiare. Serve, come dice il nostro giuramento, avere una disponibilità d’animo per la solidarietà umana e per questo un'esperienza nel mondo del volontariato servirebbe a rafforzarla.

Quando si entra in questo mondo serve sapere che prima di tutto vengono i pazienti e poi noi medici e che il tempo da dedicare alle cure ed allo studio non si misura in ore, ma è un continuum con la nostra vita. Ma in realtà il rapporto medico paziente viene vissuto talora in maniera personale lontano dallo spirito del giuramento che facciamo. Dobbiamo curare la malattia, il malato o entrambi?

Il dr. House (foto da frame video)
Il dr. House (foto da frame video)

IL DR. HOUSE - Molti ricorderanno la fiction televisiva Dr. House, Medical Division. Essa ha due protagonisti; un medico e la malattia. Il medico è il Dr. House combattivo e anticonvenzionale, che non si fida e non parla neanche con i pazienti. L'altro è la malattia, il male da sconfiggere. In questa lotta contro la malattia House si dimostra un medico geniale, sopratutto per il suo anticonformismo e il suo istinto infallibile. Ama curare i casi più difficili, quelli che gli altri medici non sanno risolvere. House è bravo perché è il paradigma del medico preparato, razionale. Non si accontenta di curare i sintomi, ma cerca sempre di scoprire le cause che li hanno determinati. Attraverso questo passaggio di logica e di probabilità può inquadrare in un contesto preciso la storia del paziente, senza trascurare o ignorare tutte le altre possibili diagnosi.

Questo modello di medico che cura solamente le malattie può non piacerci. Ma la fiction manda due messaggi: quando la vita di un paziente è in pericolo, House lotta strenuamente contro il tempo facendo tutto ciò che è in suo potere per curare la malattia ed il paziente prima che sia troppo tardi. House non lavora da solo. Nella divisione di medicina, alla cura dei malati critici, partecipano in gruppo medici con competenze estremamente diverse e questa è la grande novità e innovazione che a noi manca.

D’accordo, noi pensiamo che sia preferibile che il medico si occupi in primo luogo del paziente e della sua malattia. Ma noi medici siamo preparati, abbiamo idea cosa voglia dire essere ammalati se vediamo il mondo solo dal nostro punto di vista?

IL DOTTOR MACKEE - William Hurt interpreta il Dr. Jack MacKee, nel film un medico. Egli è un chirurgo affermato, con una grande considerazione di sé ed una scarsa propensione a farsi coinvolgere emotivamente da suoi pazienti. È talmente assorbito dal prestigio della sua condizione che trascura persino la moglie ed il figlio. Un giorno all’improvviso ha un calo di voce e gli viene fatta diagnosi di cancro della laringe. Così, in brevissimo tempo, si trova nella condizione di un paziente che deve sottoporsi ad analisi ed alle cure, ma soprattutto alla supponenza e arroganza degli altri medici. Vedere il mondo dalla sua condizione di ammalato gli apre gli occhi sul valore della comprensione e della solidarietà con gli altri malati. Anche il dialogo ed il rapporto con la moglie condizionato dalle rispettive carriere professionali migliora, anche se ha difficoltà a riconoscersi nel ruolo di essere lui ad aver bisogno d'aiuto. Ciò che lo farà diventare un altro uomo sarà l’incontro con June, una ragazza con un tumore al cervello che alla sua morte lascia a Jack una lettera in cui lo invita ad aprirsi sinceramente al prossimo, se vorrà essere veramente felice. Jack, così, decide di farsi operare da un suo collega che lui aveva sempre snobbato e guarisce. Torna nel suo reparto accolto dalla benevolenza del personale. Ma tutto è cambiato. Chiama nel suo studio i medici del suo reparto.

Ricorda loro che anche se hanno dovuto dedicare molto tempo per studiare i nomi della malattie, adesso dovranno imparare che anche i pazienti hanno un nome. Per 72 ore dovranno essere ricoverati e mangiare il cibo dell'ospedale. A ciascuno verrà assegnata una malattia e verranno fatti gli esami pertinenti che loro dovranno tenere a mente quando torneranno ad essere dottori. Questa è la lezione che la malattia ha insegnato al Dr. Jack MacKee, capire cosa vuol dire essere ammalati e vedere il mondo da un letto di ospedale.

Wiliam Hurt nei panni del dottor MacKee (foto da frame video)
Wiliam Hurt nei panni del dottor MacKee (foto da frame video)

UMANIZZARE LA MEDICINA - Da chi vorremmo essere curati dal Dr. House o dal Dr. MacKee? In realtà noi sappiamo poco dei medici che si prendono cura di noi, se assomigliano al Dr. House o al Dr. MacKee. Molto spesso, invece di affrontare il tema della preparazione scientifica dei medici e le loro capacità si pensa che sia necessario "umanizzare" la medicina, concetto che non troviamo nel nostro giuramento.

Il concetto non ha un grande valore. Abbiamo bisogno di medici con una grande preparazione ed esperienza. Capaci di ascoltare i pazienti e manifestare una concreta solidarietà umana. Più si è medici capaci e preparati più crescerà la fiducia degli ammalati. La disponibilità di noi medici cresce con la nostra preparazione. Un giovane studente iscritto alla facoltà di economia ad Harvard si vide aprire la porta della facoltà da un signore attempato il primo giorno di lezioni. Parlando con altri studenti della gentilezza riscontata in quella università si sentì rispondere che quel signore era un premio Nobel. Era la dimostrazione della vicinanza della scienza con gli studenti.

Antonio Barracca

(Medico - Cagliari)

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