POLITICA

l'intervista

"Rimpiango Berlinguer, e un po' anche Berlusconi"

Emanuele Macaluso si racconta a L'Unione Sarda
emanuele macaluso
Emanuele Macaluso

«In Sardegna ho tanti amici e compagni. Ho scritto articoli per l'Unione Sarda che ancora ricordo. E non posso dimenticare Enrico Berlinguer, l'ultimo leader con una grande statura politica. Lui, Togliatti e Longo hanno trasformato il Pci in una forza con un ruolo democratico e sociale». La voce di Emanuele Macaluso, nato a Caltanissetta nel 1924, arriva forte e vigorosa, dalla sua casa romana del quartiere Testaccio. Parla dal telefono fisso, perché l'ex senatore, un pezzo di storia del partito della falce e martello, a 96 anni rinuncia volentieri al telefonino e alla mail.

Testimone di una stagione lontana che rammenta con nostalgia e rimpianto, per un'eredità in fondo mai raccolta «da un Pd che a sinistra è una creatura troppo fragile». Con un post su Facebook (nella pagina "EM.MA in corsivo" in cui ottiene molti like e condivisioni) ha reso più chiaro il concetto: «Voglio dire che, di fronte a questa destra, il profilo politico del Pd dovrebbe assumere nettamente il carattere di una forza di sinistra. La quale non può essere espressa solo dalla piccola formazione di Leu (Articolo Uno)».

Com'era il suo rapporto con Enrico Berlinguer?

«Molto stretto. Con lui ho lavorato a lungo. Nel 1962 Berlinguer mi chiamò a Roma. Io ero segretario regionale in Sicilia. Mi chiamò per lavorare con lui nell'organizzazione del partito di cui era responsabile. Poi ho preso il suo posto e sono entrato nella segreteria. C'erano, oltre a Enrico, Longo, Togliatti, Amendola, Natta. Mi sono iscritto al Pci nel 1941. Ho fatto l'attività clandestina contro il fascismo, avevo 17 anni. Dal 1944 al 1962, prima di trasferirmi a Roma, sono stato dirigente della Cgil in Sicilia. Il partito comunista è la mia vita».

Da direttore dell'Unità ha vissuto e raccontato i momenti finali della vita di Berlinguer.

«Ricordo l'ultimo titolo, "Addio", in rosso, a caratteri cubitali. Abbiamo seguito con ansia e dolore l'agonia di Berlinguer. In tanti ricordano gli articoli di quei giorni e le tante copie vendute, che io purtroppo non ho conservato».

Nel Pci lei rappresentava, con Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte, l'ala migliorista. Quali sono stati i suoi punti di riferimento?

«All'interno del partito sono stato togliattiano. Entrai nella segreteria con Togliatti, il Migliore è sempre stato il mio punto di riferimento per la sua intelligenza e la capacità di avere una visione sia nella politica nazionale che in quella internazionale. Sono l'unico sopravvissuto tra i componenti della segreteria Togliatti. L'altro maestro è stato Giuseppe Di Vittorio, la mia guida nel corso dell'esperienza alla Cgil».

Che cosa resta dell'eredità del Pci?

«Molta nostalgia. Ha rappresentato tanto per la lotta democratica e per la formazione politica di migliaia e migliaia di persone. Gli italiani sapevano come votare, come lottare, sapevano quali erano le differenze tra le forze politiche. Mi ricordo che quando scoppiò la rivoluzione cinese i contadini in Sicilia seguivano la marcia di Mao Tse-Tung, la gente conosceva e approfondiva le questioni nazionali e mondiali. Oggi invece assistiamo a un abbassamento pauroso della cultura politica di massa».

A destra che cosa vede?

«Prima c'erano la destra liberale di Malagodi e la destra democristiana che avevano basi democratiche. Oggi il leader è Salvini. Che cosa vuole che le dica? Dobbiamo rimpiangere Berlusconi».

I giovani sembrano disorientati e confusi.

«A loro dico innanzitutto di fare politica. E di fare politica, io spero, a sinistra. Che oggi però, con questo Pd, non è in grado di mobilitare le giovani generazioni. Un vero partito dev'essere grado di coinvolgere i giovani, di richiamare la loro attenzione verso l'impegno politico come fece il Pci».

Tra il suo dopoguerra e questo tormentato periodo post Covid ci sono similitudini?

«Nessuna. Il mio dopoguerra venne dopo i bombardamenti, le distruzioni, il fascismo. Fu necessario riorganizzare la vita democratica e i partiti. L'accostamento mi pare insensato, il confronto non regge».

Lei utilizza Facebook per commentare i fatti della politica.

«Non ho altri strumenti. Non ho più giornali e quindi utilizzo questo strumento, grazie alla collaborazione di Sergio Sergi che è stato redattore con me all'Unità. Prima c'era il Riformista che oggi è un giornale renziano. Ci sarebbe il Manifesto, un foglio di sinistra, ma non è popolare, è un quotidiano elitario».

Il suo sogno?

«Ho 96 anni, i miei sogni sono corti. Il sogno sarebbe quello di chiudere gli occhi con una società migliore di quella che vedo ora. Vorrei vedere qualche cambiamento nella vita sociale. Qualcosa che possa rappresentare uno stimolo per le giovani generazioni a fare politica».

Massimiliano Rais

© Riproduzione riservata

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