CRONACA SARDEGNA - OGLIASTRA

approfondimento

Peste suina africana, quando si dava la colpa alla base Nato di Decimo

Il contagio era dilagato a Desulo, zona rossa tra Barbagia e Ogliastra
la prima pagina
La prima pagina

Nel giugno 1978 l'allarme era ormai esteso a tutte le quattro province, ma ancora - dopo i primi casi di peste suina africana accertati nelle campagne di Decimomannu - non si aveva idea di quale iattura si stava abbattendo sulla Sardegna. "Una strage di cinghiali?", titolava il 5 giugno l'Informatore del Lunedì. "Nessuno è in grado di difenderli dall'epidemia", strillava l'occhiello. Quell'anno, fino al principiare dell'estate la prima pagina dell'Unione Sarda era stata occupata dalle cronache del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, dal dibattito sulla legge 194 che legalizzava l'aborto, dai resoconti di sequestri di persona e omicidi, dalle vertenze dell'industria chimica - sicché l'esordio della malattia virale dei maiali era inizialmente passato nelle pagine interne. Ai primi di giugno del 1978, l'allarme: "È saltato il cordone sanitario del Campidano". Il contagio era dilagato a Desulo, il cuore di quella che negli anni a venire sarebbe diventata la zona rossa tra Barbagia e Ogliastra. Ne dava conto il servizio scritto da Antonio Ghiani. "Se la peste suina si propaga ai cinghiali - diceva Giovanni Pisu, veterinario di Sinnai - sarà impossibile qualunque cura, qualsiasi tentativo di cordone sanitario. E i capi che si salvano diventeranno automaticamente portatori sani della malattia che, in tal caso, si diffonderebbe inevitabilmente in tutta l'Isola". I serbatoi del virus erano i maiali allo stato brado. Questa consapevolezza era presente sin dall'esordio dell'epidemia, anche se -incredibilmente - l'unica preoccupazione sembrava essere quella di tutelare i cinghiali e l'interesse dei cacciatori. Sicché già in quei giorni si parlava di "controlli attenti, quotidiani", da parte dei proprietari dei branchi di maiali che pascolano in montagna, quasi a diretto contatto con i capi selvatici. "L'intero patrimonio (di cinghiali ndr) dell'Isola è affidato alla buona volontà degli allevatori", avvisava Giovanni Pisu. Alla fine degli anni Settanta era ancora molto diffusa la transumanza, ovvero il trasferimento degli animali da una zona all'altra della Sardegna: coi primi freddi, verso la pianura; in primavera, al fresco in montagna. Questa antica tradizione non veniva praticata solo dagli allevatori di pecore, ma anche dai porcari, questi ultimi in larga maggioranza desulesi. La traiettoria del contagio, il definitivo sfondamento del "cordone sanitario del Campidano", venne appunto identificata lungo il percorso della transumanza dei branchi di maiali che, nella primavera del 1978, erano stati riportati in montagna, al fresco dei pascoli del Gennargentu. "Se si fosse posta maggiore attenzione nella transumanza dal Campidano alla Barbagia - dichiarò Gianfranco Pinna, veterinario consortile che si occupava di un territorio tra il Sarrabus e la provincia di Nuoro - i focolai esplosi di colpo a Desulo non ci sarebbero mai stati".

Quel che è curioso leggere oggi è che, nell'anno in cui in Sardegna si diffuse la peste suina, molti esperti indicavano l'origine dell'epidemia nella base Nato di Decimomannu, e in particolare, spiegavano i veterinari, "è riconducibile agli aerei militari che fanno spesso la spola tra l'Africa e la Sardegna". Negli allevamenti della pianura di questo paese a pochi chilometri da Cagliari, difatti, furono registrati i primi casi della malattia virale. Un caso simile, ricordavano gli esperti, era accaduto nel Lazio: i maiali uccisi per primi furono quelli degli allevamenti vicini all'aeroporto internazionale di Fiumicino. I rifiuti scaricati dagli aerei, spiegavano, sono un temibile pericolo se non vengono immediatamente inceneriti. Unico rimedio per evitare il contagio, era il consiglio dato agli allevatori della Sardegna, "resta l'uccisione immediata del branco al quale appartiene l'animale infetto e la creazione di un cordone sanitario con il divieto della transumanza".

Sappiamo com'è andata. A distanza di 42 anni siamo ancora qui a parlare di peste suina africana ma, per la prima volta dall'inizio dell'epidemia, la fine dell'emergenza sembra vicina. L'ultimo focolaio registrato nell'Isola risale ormai al settembre 2018, sedici mesi ininterrotti senza allarmi dagli allevamenti di maiali. Mai successo dal 1978 a oggi. Di più, le analisi sui campioni di sangue, milza e parasangue di 14mila cinghiali abbattuti durante la campagna di caccia grossa che si concluderà a fine gennaio, certificano l'assenza di malattia.

La Sardegna è dunque vicina all'eradicazione della peste suina africana e alla fine dell'embargo. Tempo qualche mese e, se il report dell'Unità di progetto confermerà l'andamento positivo della battaglia avviata cinque anni fa dalla Giunta Pigliaru, il presidente della Regione e il ministro della Salute potranno chiedere a Bruxelles il via libera all'esportazione della carne di maiale prodotta nell'Isola. Se solo ce ne fosse, vista l'esiguità del patrimonio suinicolo sardo: 180mila capi allevati in 14mila aziende perlopiù minuscole.Basti dire che l'80% della carne di maiale consumata in Sardegna arriva da fuori. Sarebbe dunque l'occasione per gli investimenti e l'espansione del comparto.

L'apertura cadrebbe infatti in un momento molto favorevole del mercato - almeno per gli allevatori e i macellatori - vista la crescente richiesta di carne di maiale dalla Cina, primo Paese consumatore al mondo e primo produttore, che da oltre un anno sta facendo i conti con un'epidemia di peste suina africana ed è ricorso ad abbattimenti massicci, tanto che dei 440 milioni di capi ne sono stati uccisi già la metà. L'effetto sul mercato asiatico è stato un immediato rincaro dei prezzi fino al 50%, mentre per sostenere la domanda interna Pechino sta facendo ricorso alle importazioni dal Brasile e dall'Europa: Spagna e Germania (che sta cercando di fronteggiare il rischio contagio sulle frontiere con la Polonia) in testa, mentre l'Italia si sta affacciando timidamente.

Sono stati 4.500, in Sardegna, i suini al pascolo brado abbattuti dal 2015, il 90% nella zona rossa tra Barbagia e Ogliastra. Centinaia gli allevatori che si sono messi in regola. L'Unità di progetto ha lavorato su questo anello della catena di trasmissione del contagio, i maiali allo stato brado, nonché sui cinghiali controllati anche grazie alla collaborazione dei cacciatori che raccolgono e portano nei laboratori delle aziende sanitarie i campioni delle interiora e del sangue degli animali uccisi. L'eliminazione dei maiali allo stato brado e le misure di sorveglianza si stanno dimostrando la strategia giusta per la sconfitta del virus. "Mi auguro - ha detto Alberto Laddomada, direttore generale dell'Istituto zooprofilattico - che la Sardegna possa presto dimostrare di avere le carte in regola riguardo la risoluzione del problema dei maiali bradi; conseguentemente, nel giro di pochi mesi, potranno essere riaperti i canali di vendita extra-regionale alle nostre carni suine e ai prodotti di salumeria. Il passaggio immediatamente successivo sarà rilanciare il comparto suinicolo, un'importante occasione di sviluppo economico, soprattutto per le zone interne dell'Isola".

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