CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

L'INCHIESTA

Terrorismo e pizzini, la blacklist della Guantanamo sarda

In Sardegna il 50% dei terroristi jiadisti in Italia. Nella lista segreta dei detenuti del carcere di Bancali anche coloro che progettavano attentati in Vaticano e sul ponte di Rialto a Venezia

Se una mattina non avesse lanciato una caffettiera bollente addosso ad un agente penitenziario nel carcere di Macomer di lui in Sardegna non si sarebbe saputo niente. Nemmeno dell'esistenza. E, invece, da quel giorno, di Hamadi Ben Abdul Aziz Ben Ali, più semplicemente Bouyehia, si è saputo tutto. Barack Obama, Presidente degli Stati Uniti in persona, lo ha inserito nella riservatissima black list americana dei terroristi più pericolosi al mondo. L'Onu con la risoluzione 2161 del 2014 gli ha apposto il sigillo finale: associato ad Al-Qaida e a Osama Bin Laden per «partecipare al finanziamento, pianificare, facilitare, preparare o perpetrare atti o attività di Al-Qaida e Ansar al-Islam».

È febbraio inoltrato del 2012. Carcere di Macomer, penitenziario per ladri di polli, trasformato, nel silenzio più assoluto, nella Guantànamo sarda.

Lo sbarco degli uomini di Bin Laden

Il numero uno dei terroristi di Al-Qaida in Italia è stato "nascosto" dietro le sbarre in Sardegna, insieme ad altri quattro "gentiluomini" che progettavano attentati per abbattere a suon di esplosivo chiese, ponti e basi militari. La notizia quella mattina sembra surreale. Figuriamoci quando la cortina di riserbo viene interrotta per un'aggressione a suon di caffettiera fumante. L'agente resta ferito, gravemente. Notizia top secret sull'autore del gesto. A tu per tu le informazioni, però, sono copiose e dettagliate. La galera di questo signore con pizzetto lungo e appuntito da Bin Laden doveva restare top secret. Così sarebbe dovuto essere se non fosse stato per quella innata propensione a lanciare ogni genere di cosa gli capitasse tra le mani, fosse una caffettiera bollente o una bomba in grado di provocare una strage. Il predicatore è tunisino, ama telefonare in giro per il mondo, dall'Afghanistan alla terra natale, e quando parla dal telefono di Stato, quello italiano, nelle carceri sarde ama non farsi tradurre.

Con lui in quella gattabuia di provincia fattasi carcere per terroristi ci sono altri personaggi di spicco internazionale, compresi gli autori dell'efferata strage alla stazione Atocha di Madrid. Quella dell'11 marzo 2004. Quasi 200 morti e oltre 2000 feriti. Per questi personaggi è prevista una regola rigida: guardare a vista, marcamento a due. Un detenuto, almeno due agenti. Questo nel minimo codice di sicurezza. In realtà quei poveri agenti sono costretti a ranghi ridotti all'osso. Uno, forse due al massimo per questa combriccola di "fratelli" dediti a corano e tritolo. Quando pronuncia il suo nome per esteso bisogna prendere una sedia e aspettare che finisca di pronunciarlo. Il "discepolo" di chi ha buttato giù le torri gemelle nel cuore di New York assume la postura mistica e indossa la maschera remissiva. A poche ore dall'aggressione gli chiedono per quale motivo abbia colpito l'agente. L'italiano è stentato con le parole, eloquente con i gesti. «Ioooo??? Io non avere lanciato caffettiera. Caffettiera poggiata qui, caduta da sola. Io non sapere come caduta. Agente ferito ma io non avere niente con lui».

Un terrorista attore: non ho fatto niente, non ho visto niente, non capisco bene la lingua. Prende in mano un archivio enciclopedico catalogato con precisione millimetrica e racconta: «Io arrestato Milano. Ma non avere fatto niente. Io casa amico. Mattina presto sfondato polizia. Io dormire. Sotto letto trovato mitra. Ma io non sapere di mitra sotto letto. Io pronto partire Francia. Ora arrestato».

Indossa sandali francescani, ma gli inquirenti non si sono fatti incantare. Parla e cerca documenti. Non li trova. Chiede all'agente di uscire dalla cella per farseli dare dal suo amico francese convertito all'Islam. Distanza quattro celle, venti metri. I due non si possono parlare. Vietato. L'agente è perentorio: «non puoi uscire». Nella cella in fondo al corridoio c'è il grande reclutatore, il franco-tunisino Raphael Gendron. Scheggia islamica in salsa napoleonica. Faccia angelica, costernato e con il pensiero rivolto a figli e mogli che non sa dove siano.

Pizzini e passaparola

All'interlocutore, senza nemmeno presentarsi, dice subito: «mio amico aver detto che devo dare documento. Ecco, noi innocenti, questo documento spiega tutto». Consegna un foglio fitto fitto di parole, opere e omissioni di questa congrega paramilitare nel carcere di Macomer. Da quel momento la domanda è una sola: come hanno fatto i due a comunicare da una cella a distanza di 20 metri e altre tre in mezzo? Il carcere, in realtà, è un colabrodo. Bucato. Bouyahia si è affacciato alla bocca di lupo, ha comunicato con la finestra affianco, sino ad arrivare alla destinazione finale della missiva. E quando Toni Capuozzo, inviato in terra di attentati, lascia intendere che l'attentato di Tunisi sia maturato nel carcere di Macomer non c'è da stupirsi.

Il carcere di Macomer, dopo lo scandalo e le aggressioni, viene chiuso. Giusto in tempo per spostare i reduci della Planargia nel nuovo carcere di Bancali, a Sassari. Istituto nuovo fiammante, iscritto nell'albo dei penitenziari del ministero della giustizia come Casa circondariale intitolata alla memoria dell'agente Giovanni Bacchiddu. Di alta sicurezza 2, quella riservata al terrorismo islamico, non c'è traccia nelle comunicazioni esterne. Anche in questo caso silenzio assoluto. Trasferimento blindato. Peccato che anche in questo caso a fare da gran cassa ci pensano i modi eleganti di un signorotto tutto corano e risse. Celle distrutte, divelte con violenza inaudita. L'eco dell'ennesimo gesto sfonda il cemento armato del carcere. È in quel momento che la verità viene a galla.

Il blitz nel braccio numero otto

Con un blitz senza precedenti, nel carcere alla periferia di Sassari, nell'agricolo borgo di Bancali, vengono spediti in Sardegna la bellezza di 18 terroristi jiaddisti, la peggior specie. Quelli senza scrupoli. Il braccio è il numero otto, Alta Sicurezza 2, quello per terroristi internazionali. Ascensore, 4° piano. Cancelli sbarrati. Tutto, però, è a vista. Il 50% dei terroristi di Al-Qaida e non solo, catturati e condannati in Italia, sono qui, in questo espiatoio trasformato in una vera e propria Caienna di Stato con il più alto concentrato di criminalità in Europa.

Da coloro che hanno fatto saltare per aria Falcone e Borsellino ai terroristi che progettavano un attacco stile Bin Laden per far saltare in aria nientemeno che il Vaticano. Dal padrino di mafia per eccellenza Leoluca Bagarella al più pericoloso dei terroristi jiaddisti. Nell'esclusiva blacklist islamica di Bancali, che pubblichiamo integralmente, ci sono tutti, da Bouyahia sino al pugile dell'Isis. Moutaharrik Abderrahim, il picchiatore seriale dello Stato islamico, quando saliva sul ring agitava il simbolo dell'Isis, ma non era solo un provocatore. Nel 2016 quando gli agenti speciali hanno circondato la sua macchina davanti al suo posto di lavoro a Valmadrera, sul lago di Lecco, in Lombardia, sapevano che in animo non aveva una scazzottata. Classe 1993, Moutaharrik, il "pugile dell'Isis", atleta di kickboxing, era sotto controllo da tempo. E le intercettazioni hanno evitato che le intenzioni si trasformassero in strage.

Dal vaticano al ponte di Rialto

L'obiettivo, inciso nell'audio captato dagli inquirenti, era esplicito: attentato in Vaticano, da compiere a Pasqua del 2016. Ora nel carcere sardo si professa innocente, come tutti gli altri del resto.

Nabil Benamir, sassarese per detenzione è stato arrestato a Genova nel dicembre 2017 con l'accusa di terrorismo. Era pronto ad immolarsi, con strage annessa. Il suo nome era nella blacklist dei foreign fighters, segnalato come esponente di primo piano dell'Isis. Durante un'intercettazione in cella, nel marzo del 2018, non aveva usato la benedizione: «Quando esco di qui, appena vedo un italiano in qualsiasi Paese, gli faccio indossare l'arancione. Gli italiani sono come cani, li prendi e li sgozzi».

Bekaj Fisnik è il capo politico di una congrega di Kosovari che al telefono non si trattenevano più. L'attentato a Westminster nel cuore di Londra era stato lo stimolo a fare meglio: «Dobbiamo fare qualcosa di simile anche a Venezia». E pensavano subito al paradiso: «A Venezia guadagni subito il paradiso per quanti miscredenti ci sono qua. Metti una bomba a Rialto». Avevano pianificato tutto, con la tecnica dello zainetto facilmente occultabile in una città stracarica di turisti, prima del Covid. Con loro c'è anche Abdel Salem Napulsi, ritenuto uno dei fiancheggiatori dell'attentatore di Berlino, Anis Amri, autore dell'attacco del 2016 nella capitale tedesca. E per non farsi mancare niente nel carcere sassarese c'è anche l'accoppiata Lassaad Briki e Muhammad Waqas, loro miravano agli Stati Uniti per colpire in particolare la base Nato di Ghedi, nel Bresciano. Il Procuratore Capo dell'Antimafia Federico Cafiero De Raho non vede l'ora che arrivino in Sardegna altri 110 capimafia, tutti nel carcere di Uta, a due passi da Cagliari, come se non bastassero quelli che già stanno devastando l'isola con infiltrazioni di ogni genere. La giustificazione è che qui, in terra sarda, terroristi e boss sarebbero al sicuro. Come se il passaparola di Bouyahia o il drone di Secondigliano per trasportare pizzini qui non potessero funzionare. Lo Stato, però, evidentemente, pensa che in Sardegna tutto sia concesso, compreso lo sbarco infinito di padrini di mafia e terroristi dell'Isis. Con buona pace dell'isola incantata e immune.

Mauro Pili

(Giornalista)

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