CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

l'inchiesta

Sole e vento, il business nell'Isola

Il lato sporco dell'energia verde
un parco eolico (archivio l unione sarda)
Un parco eolico (Archivio L'Unione Sarda)

Sulla Montagna delle Tartarughe, nel Nord Dakota, al confine tra gli Stati Uniti e il Canada, il vento vola alto e freddo, come nel pianoro di Gomoretza, tra Bitti e Orune. Piuma Bianca, capo e guerriero della tribù indiana dei Chippewa, ha conosciuto quelle raffiche sin dagli albori del suo popolo. Diffidava dei bianchi e nessuno, al di fuori di quei confini, aveva potuto apprezzare l'impeto di cotanto vento. Vietato entrare nella loro riserva, difesa da mirabolanti frecce a puntamento ottico e riti satanici di ogni genere.

La valle dell'Eden

La filosofia della tribù della Turtle Mountain, trentamila americani con sangue puro, è incisa con piume intrise d'inchiostro rosso nelle pergamene vergate dalla storia. I Chippewa Indians sigillano la magna carta nella loro lingua esclusiva: siamo una nazione sovrana nel cuore del Nord America, un popolo che ha l'orizzonte dell'autosufficienza, dell'indipendenza finanziaria e uno stile di vita sano.

Al vento, a dire il vero, ci pensavano da tempo. Agli albori degli anni Ottanta il consiglio della tribù aveva deciso di elevare al cielo tre turbine eoliche, modello Jerico 40-S. Le issarono senza troppi convenevoli su torri reticolari alte 100 piedi, appena 30 metri. Non funzionarono mai. I forti venti, durante un temporale estivo, le rasero al suolo. Gli uomini della Montagna delle Tartarughe non si rassegnarono. La tribù sostituì le vecchie turbine eoliche con un modello tecnologicamente più moderno. L'obiettivo non era tanto il vento, quanto quello di educare i membri della tribù a quell'energia imponente soffiata dal cielo. Misurarono il vento, prima un anno e poi due, per testarne consistenza e continuità. Uragani mattina, sera e notte. Vento fisso. Lo documentarono, affiancati nei rilievi dalle università. Il risultato fu sconvolgente: il potenziale eolico del Nord Dakota risultava capace di soddisfare fino al 45% del consumo annuale di elettricità degli Stati Uniti.

Diffidano degli uomini bianchi, come l'antico capo dei Chippewa gli aveva insegnato. E il vento lo vogliono sfruttare loro, gli indios della Montagna della Tartaruga. Sanno che devono prendere in mano il loro futuro a partire dalla tecnologia per sviluppare il "fratello" vento. Il consiglio della tribù decide: valutazione ambientale per testare gli impatti negativi sulla fauna selvatica locale, quantificazione delle risorse eoliche della Turtle Mountain Reservation, installazione e funzionamento di una turbina dimostrativa. La comprarono usata, una Micon-108. Smontata da Palm Springs, California. Tecnologia riadattata perché i fabbri tribali potessero rimontare e gestire in proprio la turbina eolica. Il 10 settembre 1996 le eliche cominciarono a girare. Gli indios della Montagna delle Tartarughe da quel momento capirono che il vento era loro e lo potevano trasformare in energia.

Nel Nord Europa

A Vrinners, invece, paesino di 387 anime, nella penisola di Mols, in Danimarca, il vento era nato con i mulini. Anche qui sapevano che occorreva prepararsi alla calata delle grandi speculazioni industriali. Il 4 maggio del 1978, anniversario della fine dell'occupazione nazista, si incontrarono a casa di Torny Møller, illuminato contadino del posto. Nacque allora la più grande associazione di cittadini produttori di energia eolica. Oggi, più dell'80% delle 6.300 turbine eoliche a terra in Danimarca è detenuto da cooperative o contadini locali. E da quest'anno metà dell'energia dell'intera Danimarca arriverà dal vento.

In Barbagia

Anche a Bitti, paese di 2.753 anime, nel cuore della Barbagia, terra orgogliosa, per entrare, un tempo, bisognava bussare. Popolo riservato, incarnato nel paesaggio mozzafiato, rispettato e laborioso. Fiero della sua arcaica tradizione pastorale. Un altopiano immerso nelle raffiche d'alta quota, le pecore pettinate dal controvento sul belvedere di Punta di Gomoretza. Qui, senza chiedere permesso a nessuno, spavaldi missionari spagnoli e danesi un anno fa si sono inerpicati a misurare vento e prati, come fossero cosa loro. Gamesa & Simens, multinazionale del vento in trasferta in terra di Sardegna. In attesa di autorizzazione milionaria per violentare per sempre quei crinali illibati della Barbagia.

Da quando nell'isola del vento si è scoperto che il maestrale soffia ad alta quota, i signori dell'eolico non hanno risparmiato una sola vetta dell'isola. La differenza tra la Sardegna e il Nord Dakota o le distese eoliche della Danimarca è, però, irriverente. Quando le pale girano vorticosamente gli Indios sono felici. Guadagnano la loro indipendenza energetica ed economica. Gli entrano fiumi di dollari in tasca. Sorridono anche i figli dei vecchi proprietari dei mulini a vento. Il loro azionariato popolare è un totalizzatore pari alle grandi lotterie nazionali. Più girano e più guadagnano.

La servitù

In Sardegna, invece, niente. Anzi, qui si paga, anziché esser pagati. Ai sardi, che le pale girino o restino ferme, non entra niente in tasca. Semmai le tasche gliele vuotano con la bolletta elettrica. La slot machine del vento e del sole in Sardegna parla solo straniero. Il 96% delle pale eoliche è francese, danese, spagnolo, campano, altoatesino. Multinazionali, ovunque e comunque. Dall'Enel Green Power alla GreenTech, dalla EDF, Electricitè de France, alla Fri-el Spa di Bolzano. Per non parlare dello sfruttamento del sole. Cinesi, giapponesi, indiani, inglesi. Giunti da ogni dove per saccheggiare la montagna degli incentivi della cosiddetta energia rinnovabile. Basti solo un dato per capire la ciclopica cifra che ogni anno si portano via con il vento e il sole dell'isola. Gli ultimi dati del Gse, gestore servizi energetici, quello che ogni anno distribuisce quasi 13 miliardi di euro ai signori del vento e del sole, sono spietati.

Per l'energia solare, nel 2019, si sono portati a casa la bellezza di 259 milioni di euro all'anno di incentivi per 787 megawatt di energia prodotti dai pannelli stesi al sole in ogni angolo dell'isola.

Un deserto di serre

Infiniti deserti di serre fotovoltaiche nate per produrre ortaggi, rose e fiori, e trasformate, poi, in lande desolate di dubbia legalità protese all'unica coltivazione in voga: gli incentivi milionari. Ne producono a grappoli, senza controllo e senza riscontri. Giri per la Sardegna e ne vedi in ogni dove, paesi disabitati di alluminio e pannelli, cancelli chiusi, tralicci allacciati, zero coltivazioni agricole.

Il vento di Sardegna, invece, sospinge nei forzieri delle multinazionali non meno di 149 milioni di euro all'anno. Incentivi mixati tra formule di ieri e di oggi, certificati verdi e conti energetici che anno dopo anno svuotano le tasche degli italiani e dei sardi.

Grazie a foreste di pale che girano e spiagge di pannelli che si abbronzano, la Sardegna fa guadagnare a questi silenziosi croupier del vento e del sole un montepremi di ben 408 milioni di euro all'anno. Impianti con una vita media di almeno vent'anni. Una cifra che vale abbondantemente dieci Piani di Rinascita. In vent'anni, dal vento e sole di Sardegna, si sono dileguati, verso le casseforti più lontane, almeno 8 miliardi di euro. Tutti soldi prelevati dalle tasche dei cittadini.

Il carico

Adesso nella bolletta, per finanziare a piene mani le pale eoliche e i pannelli solari, si sono inventati gli oneri di sistema. In ogni bolletta almeno il 20% (19,65%) dell'intero ammontare finisce nelle tasche degli sfruttatori di vento e sole. In Sardegna non resta niente. Anzi, la bolletta finisce per costare molto di più che altrove sia per la mancanza del gas, sia per gli oneri di trasmissione, sempre più copiosi in una regione insulare. Nel 2020 l'isola, per uniformarsi agli obiettivi europei, avrebbe dovuto consumare almeno il 17,8% di energia alternativa. In realtà, già dal 2017, ha superato il 26%.

Il grande business delle energie rinnovabili in Sardegna è un pozzo senza fondo e senza controllo. Gira di tutto e di più, le società spariscono nei meandri dei paradisi fiscali, da Lussemburgo a Montecarlo. Società anonime che nascono a Narbolia con 10mila euro di capitale e finiscono nei paradisi dorati con 67 milioni di euro di soldi cinesi pronti per il business del sole sardo. Parchi eolici ciclopici, come quello di Ploaghe, sequestrati sotto l'egida dell'operazione "via col vento" della Procura di Avellino.

Vento e sole non sono al di sopra di ogni sospetto. La Direzione distrettuale antimafia ha avvertito: in Sardegna le energie rinnovabili rischiano di diventare "possibili canali di immissione sul mercato di capitali illeciti e di distrazione dei finanziamenti pubblici e comunitari". E i nomi di coloro che si sono affacciati in Sardegna sono altisonanti, dal figlio di Vito Ciancimino agli uomini vicini a Matteo Messina Denaro. Aveva ragione Penna Bianca a bloccare gli ingressi alla Montagna delle Tartarughe. Ma questa è un'altra puntata dei vicini di vento e di sole in terra di Sardegna.

Mauro Pili

(Giornalista)

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