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"Tamponi e quarantena per chiudere i focolai: la Sardegna è ancora in tempo"

Parla l'infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, uno dei maggiori esperti in campo contro la pandemia da coronavirus
massimo galli infettivologo dell ospedale sacco di milano (ansa)
Massimo Galli, infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano (Ansa)

«In Sardegna avete tutti gli alberghi vuoti, vero?».

E' così, professore.

«Ecco, potrebbero essere destinati alle persone in quarantena, a quanti non vengono ricoverati o che dimettiamo dagli ospedali...».

E' un passo necessario?

«E' fondamentale. Tantissime persone non possono stare nella propria abitazione perché non hanno gli spazi necessari per un effettivo isolamento. Bisogna organizzare al più presto anche questa cosa, altrimenti è chiaro che gli ospedali devono essere preparati e che bisogna dotarli di tutto il necessario. Ma, attenzione, dentro un'emergenza come quella che stiamo attraversando, gli ospedali sono sempre delle retrovie...».

Retrovie?

«Come in guerra: ricevono i feriti dal campo di battaglia. Il punto, quindi, è che la battaglia va vinta sul campo e in questo caso occorre circoscrivere i focolai mobilitando tutte le forze che possono essere mobilitate. Circoscrivere, circoscrivere, circoscrivere. Bisogna farlo, altrimenti in Sardegna, così come è successo da noi, gli ospedali non potranno che andare in crisi».

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Massimo Galli, infettivologo, direttore del dipartimento Malattie infettive dell'ospedale Sacco di Milano, è senz'altro il medico in prima linea più conosciuto d'Italia, il volto diventato familiare in ogni casa. «Fin troppo, direi. Sto aspettando di poter rientrare finalmente nella mia tranquilla routine». Intanto combatte, assieme ai medici e agli operatori sanitari di Milano, della Lombardia e di tutto il Paese, e spiega, avvisa, racconta, pungola da uomo di carattere qual è. Conosce la Sardegna e qualche collega che qui lavora. «A Sassari avete Sergio Babudieri, primario della struttura complessa di Malattie infettive. Una persona molto valida, così come i suoi collaboratori, Giordano Madeddu e gli altri».

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Sassari, e tutto il nord, sono le aree rosse dell'Isola.

«La cosa fondamentale, lo ripeto, è circoscrivere. Per fare questo bisogna che, ovunque compaia nel resto della Sardegna un nuovo focolaio, si investa il più possibile, mobilitando il mobilitabile. Perché dico questo? Perché il grande fallimento che c'è stato soprattutto da noi al Nord era sul versante della medicina territoriale, gli interventi nel territorio. Sugli ospedali sono stati fatti miracoli, ma sul territorio un disastro totale. E' mancato quello che bisogna fare».

Che cosa?

«Quando c'è un focolaio nuovo si devono seguire con grande attenzione tutti i suoi contatti in loco ma anche i contatti dei contatti per trovare il modo, facendo tutti i tamponi necessari, di circoscrivere la catena. E' fondamentale, così come lo è l'assistenza a queste persone per monitorare l'eventuale comparsa di sintomi. Per fare questo è importante mobilitare di più la medicina territoriale, mettere i medici di base davvero in condizioni di seguire più agevolmente i pazienti».

E' mancato un coordinamento?

«Si è pensato agli ospedali ma non c'è stata attenzione per la medicina territoriale».

In Sardegna finora sono stati fatti oltre 4mila tamponi e i positivi sono 624, la maggior parte a Sassari e provincia.

«Bisogna circoscrivere ulteriormente. Del resto voi avete fatto un numero elevato di test, siete davanti a una nuova epidemia nascente che può essere ancora circoscritta con un grande impegno di tamponi e quarantene. E qui gli alberghi vuoti tornano utili».

Circoscrivere significa che anche i contatti dei contatti vanno messi in quarantena?

«Tutti i contatti, c'è poco da fare».

Però succede che ad alcuni il tampone si fa e ad altri no. Decide il dipartimento di prevenzione dell'ufficio di Igiene...

«Senta, io di errori da parte dei dipartimenti di prevenzione ne ho visto a tonnellate...In ogni caso, può dipendere anche dalla disponibilità oggettiva e dal fatto che non è che fai il tampone il giorno stesso o il giorno dopo: tieni conto di quanto può essere stata la durata dell'infezione e dei sintomi di una persona, e alla luce di questi dati vedi quando ti conviene fare il test. Però, oggettivamente, e non mi stanco di ripeterlo, per circoscrivere il problema le persone vanno messe in quarantena, altrimenti non ce la caviamo più».

Ma lei farebbe il tampone a tutti?

«No. Il tampone non è una terapia, è uno strumento che serve o per diagnosticare e decidere dove ricoverare una persona che ha bisogno di essere ricoverata - purtroppo l'unico modo in cui è stato usato dalle nostre parti, anche perché non c'era abbastanza potenzialità per farlo a tutti. Oppure come strumento di sanità pubblica per circoscrivere, appunto, il problema».

L'hanno fatto in Corea del Sud.

«Ne hanno fatti tantissimi a persone assolutamente sane e attualmente il loro denominatore rispetto ai morti fa sì che le vittime risultino poche. Se noi avessimo fatto lo stesso, probabilmente a questo punto avremmo centinaia di migliaia di infetti documentati, ma anche il nostro numero di morti verrebbe calcolato su questo denominatore».

Gli asintomatici sono un esercito.

«Pensi che in Lombardia ci mancano qualcosa che sta tra le sette e le dieci volte il numero dei diagnosticati rispetto al numero dei reali contatti. Lo sta ammettendo ora anche la protezione civile. Abbiamo decine, forse centinaia di migliaia di infettati non diagnosticati, in gran parte già guariti. Però dà la dimensione del fenomeno...».

Sofferenza degli ospedali a parte, in campo sanitario che cosa ha messo a nudo questa emergenza?

«Ha rivelato ad esempio che siamo molto poco in grado di fare le cose direttamente online, il che, in una situazione come questa, sarebbe indispensabile. Questa sarà anche una delle cose che ci lascerà come eredità: diventare un po' di più cittadini del mondo moderno e fare in medicina delle cose che in questo momento sono carenti, ad esempio nell'assistenza a distanza. Ma più che altro questa storia ci costringerà a confrontarci con una riforma radicale della medicina territoriale che va ripresa e organizzata su basi diverse».

Piera Serusi

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