CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

dalla prima pagina

Sorpresa: servono medici. L'editoriale del direttore

Tra idiozie sui social e ospedali ridotti all'osso
un laboratorio (archivio l unione sarda)
Un laboratorio (Archivio L'Unione Sarda)

Ci voleva questo stramaledetto coronavirus per ricordarci quanto siano importanti i medici e le professioni sanitarie in generale. Galvanizzati da Quota Cento e dai ragionieristici piani sanitari nazionali, abbiamo smantellato - in Sardegna forse più che altrove - presìdi e ospedali, ambulatori di medicina generale e di pediatria, rimandando "a scaresci" i concorsi e complicandoci la vita - in Sardegna certamente più che altrove - con le scuole di specializzazione. Adesso spalanchiamo le porte delle corsie ai medici in pensione come nemmeno l'esercito ombra dei riservisti negli Stati Uniti d'America. Ora affrettiamo i corsi di laurea per i camici bianchi, dando al Belpaese la netta sensazione (ma non ce n'era più bisogno) che quella con cui ci stiamo confrontando non è certo un'influenza come le altre.

Siamo pronti ad assumere in tutta Italia 20 mila rinforzi per i nostri ospedali, selezionando sulla base di un curriculum e, se ci fosse tempo, di un colloquio. Tutti dentro, non c'è un minuto da perdere. Sì, certo, non esisteva una medicina preventiva per tutti i mali, soprattutto quando a comandare è stato il rigore nella spesa dei soldi pubblici. Ora, guarda caso, abbiamo proposto di stracciare in un amen il patto di stabilità per miliardi di euro e alla Ue, spaventati quanto noi, non hanno fatto una piega. Certo, con il senno di poi, c'è da domandarsi dov'erano Bruxelles, Roma e Cagliari quando nei nostri grandi ospedali, giusto ieri, lanciavano i dadi per coprire i turni dell'ordinario e delle emergenze-urgenze.

Cancellato l'ordinario, le emergenze restano anche nell'era del coronavirus. Già, perché gli incidenti stradali o sul lavoro, gli infarti, le (altre) polmoniti non sono scomparse perché in tanti parlano al Paese ricordandoci - non abbiamo dubbi, sul punto - che ce la faremo.

Francamente non ne avevamo bisogno, ma questo stramaledetto Covid-19 ha risvegliato in molti di noi il virus dell'idiozia. Quella che ci porta a vedere un untore dietro ogni angolo (sì, certo, lo sappiamo, la colpa è dei giornali e delle tv che ne parlano in continuazione...), compresa la caccia alle streghe per la delegazione della Corea del Sud, a Cagliari per la Coppa Davis di tennis. E poi ci indignamo se in giro per il mondo ci riservano lo stesso trattamento. Idiozia che ci porta ad alimentare catene di Sant'Antonio fatte di messaggi vocali sugli smartphone dedicati a palazzi evacuati nel cuore di Cagliari o a falsi contagi a Nulvi. Due esempi tra migliaia. Idiozia che ci porta a pubblicare sui social network nome, cognome e foto di un uomo che ha avuto l'ardire di essere contagiato. Povero cristo? Macché, dagli all'untore. Ricordate la peste a Milano che ci raccontò Manzoni? Quattro secoli sono trascorsi invano e ora ci sono persino i telefonini, vuoi mettere. Una vergogna che investe il buonsenso, il buongusto, l'intelligenza umana, ma anche il Parlamento e la magistratura. Discorso - la responsabilità penale - che dovrebbe riguardare anche chi ha sbagliato, nella catena del contagio, per possibile sciatteria (a voler essere buoni). Già, perché non è sempre colpa della sfiga. E se qualcuno ha sbagliato, passata la malattia, è giusto che paghi.

Tra un decreto e un'ordinanza, tra una conferenza stampa e un videomessaggio (così rispettiamo le distanze), questo stramaledetto coronavirus non può e non deve diventare un alibi per nessuno e a nessun livello. Perché quando ci risveglieremo da questo brutto sogno non si debba far ripartire l'orologio della politica dalle lancette ferme sull'orologio del Covid-19. Sarebbe un insulto per tutte le donne e gli uomini che tengono la guardia alta, ormai da settimane, per 24 ore. E per tutte le famiglie che stanno pagando un tributo pesante.

Emanuele Dessì

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