CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

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Cagliari, il fratello dell'imprenditore contagiato: "Violati tutti i suoi diritti"

Lo sfogo dopo il ricovero per Coronavirus: "Su Facebook è successo di tutto"
sardegna tendoni davanti agli ospedali per il pre triage (archivio l unione sarda)
Sardegna: tendoni davanti agli ospedali per il pre-triage (Archivio L'Unione Sarda)

«I miei familiari non me l'hanno detto, che era malato: per non farmi preoccupare. Non sapevo che mio fratello avesse il coronavirus anche se loro erano già in quarantena, poi l'ho appreso nel modo peggiore: Facebook e qualche giornale online che non rispetta le norme. Ora mio fratello è in coma farmacologico, respira con fatica. Io sono l'unico non in quarantena: non incontro mio fratello da un mese, quindi non può avermi contagiato: l'incubazione dura al massimo due settimane, non incontro mio fratello da cinque. Ecco perché sono dietro il bancone del mio bar, a servire i clienti nella massima sicurezza». Che il familiare fosse stato ricoverato all'ospedale "Santissima Trinità" di Cagliari, la sua città, «l'ho capito quando ho visto il servizio di Videolina: troppi particolari, anche se il Tg correttamente non ha fornito alcun elemento che potesse renderlo riconoscibile, coincidevano con il suo recente viaggio nella Penisola. Ho fatto due più due e ho capito».

Leoni da tastiera - Il resto, il fratello del primo paziente contagiato in Sardegna (L'Unione Sarda non scrive il nome a protezione della privacy sua e dei familiari, proprio come stabilisce la legge), l'ha scoperto subito dopo attraverso una valanga: quella di particolari venuti fuori da pochi siti giornalistici irrispettosi delle norme e, soprattutto, da Facebook in versione fogna più che mai: «C'erano nome, cognome, locale di proprietà di mio fratello, particolari di ogni tipo»: tutti dati riservati che nessuno - nemmeno i giornalisti, che pure hanno limiti un po' attenuati dalla stessa legge sulla privacy - possono rivelare. Quei particolari che nessuno può diffondere, diversi cagliaritani li hanno spiattellati su Facebook. Risultato: moglie e figlio (che non è ancora in età scolare e non frequenta un asilo) in quarantena così come i genitori del paziente, sono stati tempestati di telefonate. Tutti sapevano, nessuno avrebbe dovuto.

Il fratello sano - Stessa sorte per il fratello, titolare di un bar che non c'entra nulla con il locale del familiare. Molti clienti gli hanno posto domande e teme che si rovinino gli affari: suoi (per il bar) e del fratello, titolare del locale sul quale volano gravi bugie. «È chiuso da un mese perché mio fratello era fuori Sardegna, dov'è stato contagiato. Sabato, al ritorno, stava male e ha deciso di non riaprire: aveva la febbre e un dubbio. Poi ha visto che stava sempre peggio e ha chiamato il numero delle emergenze, che ha inviato l'ambulanza: mio fratello ricoverato, la famiglia in quarantena. E, soprattutto, locale mai riaperto dalle ferie da prima che mio fratello partisse: non entra nessuno da un mese, è il posto più sano di Cagliari». Il locale - tuttora chiuso per malattia del titolare - non ha visto il virus nemmeno di striscio.

Gli ignoranti su Facebook - Su questo, però, non concordano gli "scienziati" e i "giornalisti" di Facebook, violenti come solo chi si nasconde dietro una tastiera sa fare. E stupidi, disperatamente stupidi, oltre che ignoranti. Non solo hanno scritto chiaro e tondo l'identità del contagiato (la legge lo vieta, il paziente potrebbe trascinarli da un giudice) prima ancora che fosse certo: hanno pure indicato il nome del suo locale invitando tutti a non andarci più (altra causa legale possibile), qualcuno si è spinto ad accusare il paziente di aver servito i clienti nel suo locale pubblico malgrado fosse già ammalato. Un'altra balla spaziale. Il fratello è furente, offeso: «Non riesco a capire perché la gente sia così leggera su argomenti tanto delicati. Ho visto cattiveria assoluta, bisogno di mettere alla gogna qualcuno che si è comportato in modo esemplare, rinunciando ai suoi affari pur di non commettere un errore che sarebbe potuto costare il contagio di altre persone. Non merita questo».

Luigi Almiento

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