CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

il punto di vista

75190, il numero di una vergogna che non si dimentica

Il voto al Senato sulla mozione presentata da Liliana Segre non doveva essere la solita contrapposizione tra destra e sinistra
liliana segre (archivio l unione sarda)
Liliana Segre (Archivio L'Unione Sarda)

Il Senato, nei giorni scorsi, nonostante l’astensione dell’intero centrodestra, ha pronunciato il suo "sì" rispetto alla mozione a firma della senatrice Liliana Segre finalizzata all’istituzione di una commissione speciale diretta a contrastare fenomeni di razzismo, di antisemitismo e di intolleranza, di istigazione all’odio ed alla violenza.

Un segnale certamente fortissimo proveniente da una delle maggiori istituzioni della Repubblica e di cui, ai tempi d’oggi, ritengo si sentisse davvero il bisogno considerata l’affermazione crescente delle manifestazioni di disprezzo, livore, acredine, intolleranza e ripugnanza che, quasi quotidianamente pervadono e invadono la nostra realtà sia fisica che virtuale.

Per tutta risposta, tuttavia, l’approvazione di quella mozione, condivisibile in ogni sua parte, si è tradotta nella necessità di attribuire una scorta alla sua ideatrice, ulteriormente raggiunta da minacce vergognose che ne mettono seriamente a rischio l’incolumità per essere, peraltro, la testimonianza vivente di una della pagine più tristi della nostra storia. Un paradosso sicuramente, e anche la dimostrazione pratica non solo che l’odio è più vivo che mai, ma anche che continuare a negarlo, o peggio a sminuirlo, sarebbe un atteggiamento vile, colpevole e come tale moralmente inaccettabile. Quindi, perché tante polemiche hanno fatto da cornice a questa iniziativa necessaria? Perché tanto schiamazzo sulla mozione? Perché tanti inutili opportunismi propagandistici da parte delle forze politiche nostrane? Cosa spaventa realmente, e perché?

L’ipotesi di una censura preventiva o forse il riconoscimento consapevole che i fenomeni da combattere siano più presenti che mai e cerchino legittimazione pretestuosamente, quanto ingiustificatamente e inaccettabilmente, in determinate attuali ideologie politiche che, loro malgrado, perché questo è importante sottolinearlo, si ritrovano a fungere da veicolo a quanti ne vogliano deturpare l’effettiva portata e significato? La seconda opzione, purtroppo, la ritengo la più credibile e vera. Il preconcetto verso tutto ciò che è diverso, verso ciò che secondo alcuni è "altro" rispetto a "noi", il fanatismo incontrollato e imperante che serpeggia nella nostra società sono un pericolo concreto, e il voto unanime a quella mozione sarebbe stato un segnale fondamentale nel contrasto all’odio.

Il testo di quella mozione non conteneva in sé alcun concetto che non potesse essere unanimemente condiviso senza pericolo alcuno di andare incontro alla legittimazione di dietrologie perverse. E la mozione è evidentemente altro rispetto ad una legge impositiva di una regola di comportamento o, peggio, di opinione, come molti vorrebbero ingiustamente sostenere, concretizzandosi invece semplicemente in un impegno assunto dal Senato volto ad osservare e registrare gli episodi di antisemitismo e di odio e ricercarne le possibili soluzioni anche attraverso la segnalazione di siffatti episodi ai vari gestori dei siti internet affinché provvedano alla rimozione di quelli "incriminati".

Inoltre, la circolazione dell’odio sul web è tutt’altro che fantasiosa e, molto spesso, il canale digitale viene indiscriminatamente utilizzato per veicolare a un numero indefinito di utenti un certo tipo di propaganda, anche politica, convalidandola e supportandola attraverso lo sfruttamento degli istinti più beceri degli esseri umani. Il male è radicato eccome nella nostra bella e, apparentemente conformista, società democratica che forse, e sottolineo il forse, non riesce a nascondere un imbarazzo profondo verso colei che rappresenta ancora oggi la prova vivente di quel male così difficile da ammettere e condannare.

Ciò che non si è purtroppo voluto capire è che nel caso in esame non si trattava della solita contrapposizione tra destra e sinistra, ammesso e non concesso che ancora esse esistano, né, tanto meno, di inutili e fuorvianti questioni definitorie aventi solamente una sterile e risibile valenza polemica priva di attinenza concreta al tema dal momento che a nessuno, neppure nelle ipotesi più azzardate, verrebbe mai in mente di criminalizzare espressioni come "porti chiusi" o "prima gli italiani" trattandosi all’evidenza unicamente di hashtag significativi di un certo tipo di politica volta al controllo serrato dei fenomeni di immigrazione clandestina ma che non inferisce in alcun modo con il rispetto dovuto a qualsiasi essere umano in quanto tale che mai, mi pare, sia stato messo da alcuno in discussione.

Eppure, al momento del voto in Senato, molte code di paglia hanno preso fuoco. Eh sì: perché immagino che sia stato difficilissimo giustificare la contrapposizione a una mozione più che giusta e motivata proveniente niente meno che da un soggetto politico inattaccabile come la Segre. Il Tempo è Signore e alla fine rimette tutti al proprio posto, ma 75190 resta il numero di una vergogna indimenticabile che ancora oggi chiede giustizia e che purtroppo, in tanti, troppi ancora, vorrebbero negarle. "Siamo sommersi o salvati? Nel numero tatuato c’è la nostra profonda identità. Vittime? Persone nuove, vive per caso e per questo incapaci… di dire l’indicibile… mi credevo salvata, salva forse se non per sempre almeno in parte. Tu mi rispondesti che non c’è speranza non c’era speranza per noi che avevamo visto il male". Questo scriveva la Senatrice al caro amico Primo Levi. Parole toccanti che ognuno di noi dovrebbe tatuare nel proprio cuore perché fungano da costante insegnamento.

Giuseppina Di Salvatore

(avvocato - Nuoro)

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