CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

bancarotta e peculato

"Così hanno spolpato la Keller": inchiesta chiusa, sotto accusa nove persone

Il durissimo atto d'accusa del pm Andrea Vacca nell'inchiesta sul fallimento dell'azienda di Villacidro
lo stabilimento keller (archivio l unione sarda)
Lo stabilimento Keller (Archivio L'Unione Sarda)

Dietro il fallimento della Keller Elettromeccanica, l'azienda di Villacidro crollata nel 2014 sotto 81 milioni di euro di debiti, ci sono "appropriazioni per fini personali" di elevatissime somme di denaro, il pagamento milionario di brevetti "senza valore", l'acquisto di rami d'azienda e siti produttivi per "fini alieni all'attività di impresa» con immobili «inagibili, gravati da abusi edilizi non sanabili e in siti logisticamente inadatti alla destinazione". Un "insensato, consapevole ed evidente consumo del capitale di rischio" e una "contestuale forte esposizione bancaria" che avevano creato "un grave squilibrio finanziario mai rientrato" fino al collasso della società.

INCHIESTA CHIUSA - È il durissimo atto d'accusa del pm Andrea Vacca contenuto nella chiusura delle indagini preliminari notificata alle nove persone ritenute a vario titolo responsabili di bancarotta e peculato. Di quest'ultima ipotesi di reato la Procura, ricevuta l'informativa finale preparata dalla Guardia di finanza di Cagliari, chiama a rispondere Stefano Aldovrandi (ex ad dell'azienda) e Antonio Graziano Tilocca (ex presidente della Sfirs, la Finanziaria della Regione) per l'operazione finanziaria del 2008 e 2009 da 3 milioni di euro: l'azienda di Villacidro, già in difficoltà economica, aveva chiuso un contratto con il gestore della rete ferroviaria dell'Iran per la costruzione di 15 treni diesel elettrici (6 carrozze ciascuno) e aveva chiesto un aiuto alla Regione.

Così la Sfirs col versamento di 3 milioni era entrata nel capitale della Keller (salito da 18 a 21 milioni). Secondo gli inquirenti la decisione era stata presa nonostante "la Regione non avesse" dato il via libera e "sapendo che il denaro non aveva alcuna prospettiva di impiego per i fini pubblici" richiesti per l'erogazione. Non solo: i due "sapevano che la Keller non aveva le commesse iraniane" alla base della partecipazione al capitale sociale, "che la Keller aveva eroso interamente il capitale sociale ed era in stato di insolvenza", che il gruppo Busi (indicato quale garante del finanziamento, nel 2008 deteneva il 67 per cento della Keller ) "non aveva alcuna affidabilità" e che il denaro "sarebbe stato utilizzato per finalità estranee a quelle per le quali era stato erogato". Dunque, Tilocca e Aldovrandi si erano "appropriati per fini personali" di "3 milioni".

BREVETTI E ALTRE SOCIETÀ - La bancarotta è contestata ad Aldovrandi e ad altri sette ex manager della Keller e di società che vi avevano concluso accordi: Gianfrancesco Borghini di Roma, Giovanni Pagnoni di Provaglio d'Iseo, Antonio Boncompagni, Giovanni Cappietti e Piero Mancini di Arezzo, Paolo Piombini di Bologna e Sergio Zanarini di Imola.

Aldovrandi risponde dell'esborso di 900 mila euro nel 2004 alla "Elettronica Santerno" (da lui stesso amministrata e partecipata dalla Busi, della quale era amministratore) per l'acquisto del brevetto industriale "carrello ferroviario perfezionato e relativo vagone ferroviario" ritenuto "privo di valore economico" e avvenuto "senza autorizzazione di cda e assemblea dei soci"; altri 900 mila euro erano stati versati alla Cometi Mencan (amministrata da Boncompagni, anche del cda Keller) per un secondo brevetto "veicolo semovente su rotaia", "senza valore"; nel 2002 (con Mancini, Piombini, Cappietti, Zanarini) era stato deliberato l'acquisto per 5,2 milioni di euro di tre siti a Palermo per "accrescere e diversificare le capacità" della Keller, ma sei mesi dopo gli immobili erano stati "ritenuti inidonei dal cda a soddisfare le esigenze" produttive.

Infine Borghini, Pagnoni e Aldovrandi "per favorire l'ex socio Mancini Fin" versavano a questa società "542 mila euro come restituzione di finanziamento infruttifero in danno di altri creditori". Nonostante il finanziamento fosse di 480 mila euro. Ora le carte sono in mano agli avvocati Roberto Sorcinelli, Guido Manca Bitti e Noemi Fraternale.

Andrea Manunza

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