CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

la storia

La solitudine delle mamme: "Nel Cagliaritano mancano gli aiuti concreti del servizio pubblico"

Stefania, madre di un bimbo nato con una patologia cardiaca, racconta le difficoltà che ha affrontato una volta tornata a casa dopo il parto
foto pixabay
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Ci sono situazioni di difficoltà che spesso vengono affrontate in solitudine, "quando un aiuto, anche se dall'esterno, è invece indispensabile". Lo sostiene Stefania, una mamma che vive a Cagliari (omettiamo il nome completo a tutela del minore) che dopo aver letto sul nostro giornale online la storia di Claudia Lerz e della sua vita con Cesare, il fratello autistico, chiede a unionesarda.it di pubblicare anche la sua storia.

"Sono rimasta colpita dalla forza con cui hanno affrontato insieme la patologia attraverso quella che viene definita una 'rete di gestione positiva', che include, oltre alla costante presenza dei familiari, anche il supporto di un'associazione accreditata". E da qui un fiume in piena.

"Mio figlio, che oggi ha quasi 5 anni, è nato con una grave patologia cardiaca, non diagnosticata durante la gravidanza. Subito dopo il parto, avvenuto in clinica, siamo stati separati e lui è stato ricoverato nel reparto di Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico di Monserrato per una settimana. Io e mio marito non siamo di Cagliari, e non abbiamo potuto contare su una rete di aiuto familiare. Nonostante l'assistenza prestata dal reparto di Cardiologia Pediatrica sia stata ineccepibile, tuttavia a casa eravamo da soli".

Una solitudine dovuta al fatto che nel capoluogo sardo non ci sono le loro famiglie: "Lui è originario di un altro Stato, dove abbiamo vissuto per diverso tempo ma dove non abbiamo avuto l'impressione di poter creare una famiglia. Si avvicinava un periodo di crisi economica, lì anche la sanità è inaccessibile se non hai un'assicurazione. La Sardegna ci era sembrata un'ottima destinazione, è la mia terra e mi sentivo più sicura venendo a vivere qui. Sono stati mesi molto difficili - continua Stefania - fino all'intervento chirurgico sul bambino effettuato al settimo mese di vita, a San Donato (nel Milanese). Fortunatamente ha risolto il problema".

E in questo caso la Regione Sardegna è intervenuta, "rimborsandoci le spese che abbiamo dovuto sostenere per tutto il periodo in cui siamo stati fuori dall'Isola per assistere nostro figlio".

Ora che la storia si è conclusa con un lieto fine, "posso dire che non è stato facile".

Stefania ha dovuto lasciare il lavoro per dedicarsi a tempo pieno al suo bimbo ed è stato in questo periodo che ha conosciuto "Mamma Tu Mamma Più", un progetto della cooperativa cagliaritana "Passaparola" Onlus, che "se fosse esistito quando è nato il mio cucciolo mi avrebbe permesso di avere un sostegno, un aiuto concreto che invece mi è mancato". Ha quindi aderito con entusiasmo.

LE DIFFICOLTÀ - "Tutti speriamo che i nostri figli nascano sani, ma quando non è così si aprono i drammi. Nasce il bambino? Per lo Stato è tutto ok, finisce quell'assistenza che era stata intensa durante la gravidanza: ci sono corsi pre-parto in tutti gli ospedali e nei consultori. Ma dopo?". Dopo le mamme "vengono lasciate sole, e le difficoltà sono tante".

Per esempio nel momento dell'allattamento, "che è una cosa naturale, si dice, eppure non è proprio così. Mio figlio era in ospedale, io a casa, anche la gestione di questo aspetto non è affatto semplice. E poi le cose quotidiane come somministrargli i medicinali, occuparmi di lui e anche di me stessa. Se avessi avuto l'assistenza di un'infermiera pediatrica avrei vissuto in un altro modo i mille dubbi che avevo. Senza tralasciare il lato psicologico". Perché la depressione post partum non deve essere un tabù: "Bisogna parlarne, le mamme non si devono sentire sole".

CIÒ CHE MANCA - Sul fronte del servizio pubblico le carenze ci sono "ed è per questo che quando interviene il privato lo fa per colmare ciò che manca. Aiutare la mamma è indispensabile - dice Stefania - servono team composti da figure professionali come un'ostetrica, una psicologa, un'assistente neonatale che vadano anche a domicilio per dare consigli, supporto e fornire un confronto positivo. Sarebbe tutto diverso per chi affronta un evento che in sé è bellissimo ma non è privo di ostacoli soprattutto per chi, come me, non può contare su un aiuto da parte di nonni o zii. E in ogni caso la famiglia, per quanto bene tutti ti vogliano, non può darti ciò che invece può arrivare dal professionista".

Cosa fare quindi? "Sensibilizzare la Regione e gli enti pubblici, fare in modo che si realizzi una rete di supporto per le mamme, tutte, non solo quelle che hanno figli con problemi di salute. Consentire loro di affrontare queste sfide con più serenità e dare a tutte le stesse opportunità, magari senza dover rinunciare al proprio lavoro. Lo si deve fare per le famiglie e, ovviamente, anche per i bambini. Una mamma serena cresce un figlio sereno".

Sabrina Schiesaro

(Unioneonline)

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