CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

eutanasia

"Il medico con la Sardegna nel cuore che ha scelto di morire in Svizzera"

Il farmacologo Gian Luigi Gessa ricorda un amico e collega partito per il suo ultimo viaggio. All'estero, perché la dolce morte, in Italia, resta illegale
gian luigi gessa (foto l unione sarda)
Gian Luigi Gessa (Foto L'Unione Sarda)

Il farmacologo Gian Luigi Gessa ricorda su L'Unione Sarda il collega Giuseppe Bartholini, ideatore del farmaco più usato nella cura del morbo di Parkinson e assiduo frequentatore estivo di Torre delle Stelle, che oggi sarebbe ricorso all'eutanasia in Svizzera.

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"Domani alle ore 12 (oggi per chi mi legge) morirà, in una clinica svizzera vicino a Zurigo, il mio caro amico Giuseppe Bartholini. Tutti i medici e i malati di morbo di Parkinson conoscono la medicina ideata da quel farmacologo, la Levodopa/Carbidopa (Sinemet, Madopar). Beppe Bartholini conosce bene i farmaci che nella clinica svizzera gli procureranno la morte rapida e indolore, l'eutanasia, una pratica ancora proibita in Italia, un reato paragonabile all'omicidio. Un peccato mortale per i cattolici. Da giovane Beppe Bartholini è stato educato dai gesuiti, che gli hanno trasmesso alti insegnamenti morali, ma non l'hanno convinto che Dio è il padrone della nostra vita e non è lecito nemmeno al padrone del corpo mettere fine ad essa. Il farmacologo Bartholini sa che i medici dispongono di farmaci efficaci contro tutte le sofferenze, anche le più insopportabili, ma sa anche che, purtroppo, vi è una piccola percentuale di malati terminali nei quali i farmaci non riescono a sopprimere il dolore, il senso di soffocamento, la nausea, il vomito incoercibile, la sete insopprimibile o a correggere l'incontinenza che degrada la dignità personale. Quando uno o più di questi sintomi persiste e diventa intollerabile è ragionevole che quel paziente chieda di essere aiutato a morire.

Le dotte disquisizioni dei gesuiti e, purtroppo, dei politici sulla sacralità della vita riguardano la vita di questi infelici dei quali, malauguratamente, Beppe fa parte. Alcuni generosamente concedono che se qualcuno vuole proprio suicidarsi, lo faccia pure, senza l'aiuto di altre persone e tantomeno del medico. Ma se certi riescono a togliersi la vita senza l'aiuto di nessuno, altri non possono farlo senza che qualcuno li assista. Pensate ai tetraplegici, come Fabo, o a quei vecchi malati terminali completamente soli perché sopravvissuti ai propri cari, parenti e amici. Perché il medico? Egli è la persona più indicata ad aiutare questi pazienti perché conosce più di chiunque altro se quel paziente ha un male veramente incurabile, sa trovare argomenti per scoraggiare una richiesta ingiustificata di eutanasia, ad esempio quando il paziente è depresso. Beppe Bartholini non è depresso, se ci fosse un'alternativa vorrebbe vivere a Parigi nella sua antica casa, nell'Ile de la cité, dove è vissuto, come attesta una targa, un nobile della corte di Luigi XVI, prima che gli tagliassero la testa con la ghigliottina nel 1794! Oppure l'estate in Sardegna a Torre delle Stelle in una casa, più bella di quella del vicino Pippo Baudo . Avrebbe voluto continuare a fumare i sigari che fumavano Fidel Castro, Che Guevara e, si parva licet, Bill Clinton, quando giocava con Monica Lewinsky.

Beppe sapeva che quei sigari erano la causa della sua malattia ma dissentiva sul libero arbitrio: checché ne dicano i gesuiti, il libero arbitrio non esiste; tra i fumatori di sigari Avana! Inoltre, teorizzava "non si deve essere schiavi della propria volontà". L'alternativa legale all'eutanasia è la sedazione profonda con lo stesso cocktail di farmaci che in dosi adeguate producono la morte nel sonno, senza sogni, a differenza di ciò che pensava Shakespeare (perchance to dream). Un metodo meno barbaro ma più sicuro del cuscino soffocante della Accabadora di Michela Murgia o del martello di legno d'olivo, quello custodito nel museo di Luras, con il quale sa Femmina Agabbadora finiva con un colpo secco e preciso il moribondo che soffriva troppo senza riuscire a morire.

Infine, una mia considerazione da farmacologo: non è infrequente che i medici e i farmacologi vengano interrogati (dai malati terminali e dai loro familiari) sui metodi oggi disponibili per produrre una morte rapida e indolore. La maggior parte dei medici sa poco sull'argomento poiché ad essi vengono insegnati all'università l'effetto terapeutico e l'eventuale tossicità dei farmaci usati per "guarire", mentre la farmacologia dei farmaci impiegati per produrre la morte nel suicidio, nella soppressione dei condannati a morte e nell'eutanasia attiva non fa parte del loro curriculum. I farmaci che vengono impropriamente utilizzati per commettere suicidio possono provocare una morte dolorosa e prolungata".

Gian Luigi Gessa

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