CULTURA

approfondimento

Antonello Carboni, regista "ammalato di collezionismo"

"La vita è breve e non abbiamo tempo per vivere nel brutto"
antonello carboni nel suo studio (foto raggio)
Antonello Carboni nel suo studio (foto Raggio)

Sulle pareti non c'è più un buco libero. Lui si aggira tra il tinello, le scale, le camere da letto, come fosse in una galleria d'arte, indicando i suoi tesori con un entusiasmo che mette quasi a disagio. Dietro ogni opera c'è una storia, fatta di episodi, relazioni, connessioni, contatti. Un mondo di idee, un continuo tentativo di penetrare l'anima e la mente di chi è riuscito, con poche pennellate, a muovere il suo cuore.

Ma cosa vuol dire essere un collezionista? "Arte declinata al possesso una malattia, un'ossessione - sorride Antonello Carboni, beato in mezzo a tutte quelle tele che tappezzano i muri della sua casa e del suo studio - sono bulimico… Tutto quello che guadagno lo spendo in quadri, ceramiche, sculture. Non mi basta mai".

Ma non è solo una questione di possesso: quello che lo appassiona di più è la conoscenza. È curioso, vuole sapere tutto degli artisti che si mette in casa, che ammira ogni giorno, che gli riempiono le giornate, la vita.

(foto Raggio)
(foto Raggio)

"Dietro ogni opera si apre un mondo incredibilmente ricco. In realtà cerco di entrare in casa di chi è riuscito a farmi emozionare, voglio sapere tutto dei "miei" autori dalla loro formazione, ai loro contatti, l'evoluzione del loro pensiero, tutti gli eventi che ne hanno influenzato la crescita. E poi da cosa nasce cosa. Da un artista arrivi ad un altro, ti appassioni ad altre vite, vai di casa in casa per conquistare altra bellezza da collezionare. La vita è breve e non abbiamo tempo per vivere nel brutto".

(foto Raggio)
(foto Raggio)

Com'è iniziato questo percorso ossessivo? "So esattamente quando è iniziato, nel 1999. Stavo facendo un documentario su Salvatore Garau. Lì mi è scattato dentro qualcosa. Mi aveva regalato un quadro intitolato "Il cinema di Antonello", il mio primo pezzo" Antonello Carboni di professione fa il regista. Lavora part time all'Unla, il centro culturale di Oristano, ma è anche un libero professionista e le sue competenze sono costantemente a disposizione del Museo Diocesano oristanese, dove, da anni collabora con la direttrice Silvia Oppo. La sua professione si fonde bene con la sua passione: molti grandi artisti sono stati i protagonisti dei suoi documentari: "A parte il filmato su Garau -un esperimento sulla poetica del montaggio di Antonioni- gli altri sono stati tutti finanziati da enti e fondazioni: nel 2014 è uscito il docu-film su Antonio Amore, nel 2017 quello su Antonio Corriga. Dietro a questi lavori ci sono anni di riprese, giornate intere trascorse con questi grandi artisti, Amore mi aveva quasi "adottato", con Corriga ho passato giornate bellissime. Ecco cosa sono per me gli artisti: affetti, relazioni umane. Un grande mosaico fatto di piccole tessere di cui ti innamori. Voglio conoscere, toccare la loro grandezza, lasciare che mi inebri" Naturalmente la sua acquisizione di informazioni non finisce mai "Ho centinaia di cassette piene di immagini e interviste, non ancora montate: ho intervistato Video Anfossi, Liliana Cano, Caterina Lai, Antonello Cuccu e ora sto cercando di ultimare il documentario sull'opera ceramica di Federico Melis, a Urbania. Ma il mio sogno è dare vita ad un'antologia sulle avanguardie sarde: Primo Pantoli, Tonino Casula, Ermanno Leinardi, Angelo Liberati ci sto lavorando insieme allo storico dell'arte Gianni Murtas" Indica una tela di Primo Pantoli, proprio davanti a lui "Come si fa a non emozionarsi davanti a questa "Ragazza col mantello rosso"?." Si avvicina al quadro, lo stacca dalla parete e sfila dall'interno della cornice una busta con una fotografia: Lui insieme a Pantoli, il giorno in cui ha acquistato quell'opera, nel 2012.

Antonello Carboni mostra la "Paternità" di Ciusa (foto Raggio)
Antonello Carboni mostra la "Paternità" di Ciusa (foto Raggio)

"Ecco cosa c'è dietro ogni lavoro. Una storia, delle emozioni, un contatto tra esseri umani. Non potrei mai fare a meno di questo" Ma cosa è la bellezza? "Beh ,prima di tutto il mio personale gusto. Quello che mi piace, mi dà emozione, mi fa sentire a mio agio. Le opere che risuonano bene col mio sentire".

Paolo Pibi, Pastorello, Vincenzo Manca, Luigi Mazzarelli, Silvio Loffredo, Giulio Turcato, Giovanni Campus. Ma anche la retroguardia sarda: Delitala, Biasi, Ciusa. Mostra una "paternità" stucco a marmo di Ciusa, acquistata lo scorso giugno da un privato.

Antonello Carboni mostra il dipinto di Pantoli (foto Raggio)
Antonello Carboni mostra il dipinto di Pantoli (foto Raggio)

Dove acquista un collezionista.

"Ci sono tante case d'asta, per fare un esempio: Cambi, Fabiani..." Ci si iscrive e si comunicano gli autori che interessano. Quando c'è qualcosa ti arrivano i messaggi" Un modo per completare il puzzle? "Esatto. Ti rendi conto che ti mancano pezzi e cerchi le tessere, diventa una ricerca continua, storica, estetica. Insomma una passione infinita" I muri non riescono a contenere tutte le opere che ha acquisito nel corso di oltre 20 anni. Casa, seminterrato, studio, sgabuzzini. È tutto pieno di tele, carte, sculture. E poi le librerie: testi di arte, ceramica e storia del cinema, videocassette, registrazioni, cd. Dalla "Recherche" di Proust alla "Settima arte" di Pudovkin. Un archivio infinito di immagini e dati. E poi qua e là, appesi al muro, premi e dediche: riconoscimenti importanti che si perdono in un magma di colori e forme, accumulati negli anni. Un augurio di Francesco Rosi, un premio nazionale per il documentario italiano.

Una ceramica di Federico Melis (foto Raggio)
Una ceramica di Federico Melis (foto Raggio)

All'ingresso dello studio, fresca di imballaggio, una scultura di Roberto Fanari e poi Nicola Caredda, Mauro Staccioli, Ausonio Tanda, Antonio Amore. Le ceramiche di Antonio Corriga, un multiplo di Man Ray. In ogni angolo, sopra ogni scaffale, su ogni centimetro quadrato di muro, in ogni mensola. Solo il soffitto è libero.

Quando mostra le sue collezioni le indica convulsamente saltellando da una parte all'altra con l'entusiasmo di un ragazzino. Si emoziona nel tentativo di restituire all'interlocutore quella passione che sente dentro quando guarda e tocca il suo "bottino". Forse non sa più neppure quante tele ha. Ma lui è felice così.

Uno dei suoi artisti preferiti, Tonino Casula, che conosce bene i rischi di una passione così intensa, tempo fa gli ha fatto una dedica sulla prima pagina di un catalogo: "Antonello, che Dio te la mandi buona!"

Antonello Carboni mostra un suo ritratto fatto da Nicola Caredda (foto Raggio)
Antonello Carboni mostra un suo ritratto fatto da Nicola Caredda (foto Raggio)

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