OPINIONI - MARIO SECHI

Mario Sechi
Il commento

Non esiste un caso sardo

C alma e gesso. È la regola dei giocatori di biliardo. È sempre bene ricordarla quando si sollevano polveroni e l'emozione prende il sopravvento sulla razionalità. La crisi del coronavirus ci ha insegnato molte cose, la prima delle quali è che nei momenti di tensione bisogna ragionare. La notizia in prima pagina è il ricovero di Silvio Berlusconi, è positivo al coronavirus, ha bisogno di cure e la tenacia per superare anche questo momento al Cavaliere non manca. Gli auguriamo una pronta guarigione e il ritorno rapido alla vita pubblica. Il caso Berlusconi ci offre lo spunto per fare un punto nave su questi mesi di crisi del coronavirus, riannodare i fili, raccogliere le tessere del mosaico, parlare del rapporto tra lo Stato centrale e la Sardegna.

Durante il lockdown abbiamo registrato e provato sulla nostra esperienza quotidiana - perché abbiamo continuato a lavorare in sede, all'esterno, facendo i cronisti - numerosi esempi di perdita dell'equilibrio: la segregazione alla cinese (che non poteva fermare il virus e avrebbe causato un collasso dell'economia, cosa purtroppo accaduta), le surreali istruzioni del governo poi culminate nella regolazione dei rapporti con “l'affetto stabile”, la spettacolare caccia all'untore che ha raggiunto il suo apice con le immagini dell'inseguimento di un runner solitario in spiaggia. Questa era la prima fase del bio-thriller. Poi è arrivata la seconda fase, non meno interessante sul piano antropologico, la riapertura delle attività economiche, con gli scampoli di un'estate che vogliamo tutti dimenticare.

G li imprenditori ci hanno provato, da soli e in condizioni caotiche, dentro una giungla di norme ideate solo per parare il culo (scusate, ma è proprio il “termine tecnico” da usare) delle élite politiche e burocratiche. Basta leggere i verbali del Cts pubblicati ieri: gli esperti volevano l'immunità legale e minacciavano le dimissioni in caso contrario. Zero responsabilità. È in questo periodo che nasce il caso Sardegna, un caso che non c'era, ma era perfetto da elevare come capro espiatorio degli errori gravi fatti da altre regioni. Salgono i contagi da rientro, facile, la colpa è dei sardi. Sappiamo com'è andata, aveva ragione il presidente della Regione, Christian Solinas, che chiedeva i test in ingresso (e il governo disse no) e oggi le risposte sono balbettanti perché le scelte politiche non sono mai neutre. Ci hanno assegnato la parte degli untori, le vittime dipinte come carnefici: è la politica dell'uomo bianco e noi la rispediamo al mittente.

Poi è arrivato il caso Briatore, animatore di una movida internazionale che ha poco a che fare con gli usi e i costumi dei sardi. Infine è scoppiato il caso Berlusconi, il cavaliere positivo al coronavirus. Anche stavolta è partito il tam tam del virus con le launeddas. Ribadiamo il concetto: non esiste il Covid nuragico, non c'è un virus autoctono, non si contrae bevendo mirto. Esiste un problema sanitario di importazione (che si sta affrontando); esiste un problema di comportamenti da parte di carovane di descamisados che non hanno alcun rispetto delle minime regole che sono più che sufficienti per limitare i rischi; esiste un problema di rispetto della nostra terra e della nostra cultura da parte dello “straniero”; esiste un problema di cecità ideologica della politica nazionale; esiste un problema generale di assenza di buon senso e di uso politico della crisi del coronavirus che deve finire. Il contagio di Berlusconi evoca baccanali in Costa Smeralda che tra l'altro nel caso del Cavaliere non ci sono stati. Silvio è sempre stato un bon vivant, su questo non abbiamo dubbi, ma anche alla sua età è un uomo che prima di tutto lavora senza risparmio. Non sappiamo chi abbia veicolato il virus e come sia arrivato in casa di Berlusconi. E ha ragione la figlia Barbara quando dice che «la caccia all'untore è una cosa da Medioevo».

L'esperienza del coronavirus è preziosa perché ora sappiamo cosa fare: siamo capaci di testare, tracciare e trattare i casi e dobbiamo farlo con intensità; dobbiamo fare i controlli all'ingresso, proteggere non i confini (ci pensa il Mar Mediterraneo) ma la nostra salute e il record mondiale di longevità; modernizzare la nostra Sanità, a partire dalla formazione e protezione del personale medico; preparare un piano anti-pandemia su misura, perché può succedere di nuovo; varare un piano di digitalizzazione a tappe forzate con investimenti pubblici e privati; dare alla scuola strutture sicure e agli insegnanti il riconoscimento per lavoro unico che svolgono; creare nuovi spazi esterni di educazione per i nostri figli (essere sardi è un privilegio, la nostra prima maestra è l'Isola con il suo incanto); preparare al meglio la prossima stagione turistica con chi lavora sul campo e presentarci dalla primavera del 2021 come una terra sicura, Covid free, quale eravamo prima che il governo imponesse una linea suicida. È la linea del buon senso, quello che è mancato a Roma. Siamo in missione di pace, ma con l'elmetto. E abbiamo anche lo slogan già pronto per l'uso: Forza Paris.

MARIO SECHI

DIRETTORE DELL'AGI

E FONDATORE DI LIST

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