#CARAUNIONE

La lettera del giorno

"Morire soli, in una camera d'ospedale, ai tempi del Covid-19"

Il doloroso racconto di una lettrice cagliaritana
immagine simbolo (foto da google)
Immagine simbolo (foto da google)

"Cara Unione,

scrivo, anche a nome della mia famiglia, per raccontare la triste storia che ha come protagonista mio padre.

Ci sentiamo in dovere di descriverla per informare circa lo stato della sanità regionale e aiutare tutte quelle persone che hanno vissuto un'esperienza simile o che in questo momento la stanno vivendo, o che purtroppo la vivranno.

Mio padre, 79 anni, è andato in pensione qualche anno fa dopo una lunga vita passata a lavorare al bar (la sua grande passione), aveva qualche problema di salute, però era felice della sua vita e nonostante qualche anno fa avesse perso l'udito (fortunatamente con gli apparecchi acustici riusciva a sentire), aveva sempre una gran voglia di vivere.

Il calvario inizia il 4 settembre quando in seguito a una caduta è ricoverato all'ospedale Brotzu di Cagliari nel reparto di Medicina. In Sardegna il giorno prima, purtroppo, in seguito all'aumento dei contagi da Covid-19 erano state vietate le visite ai pazienti, tra cui anche all'ospedale Brotzu.

La paura era tanta visto che le visite ai pazienti erano sospese e che mio padre ha gli apparecchi acustici e ha poca dimestichezza con i telefonini. Ripetiamo continuamente a tutti medici e infermieri che ha bisogno di aiuto per chiamare con il telefonino, loro assicurano che sarà fatto tutto il possibile per mantenerlo in contatto con la famiglia.

I medici del reparto ci dicono che si tratta di una frattura al piede, successivamente per precauzione vengono eseguiti alcuni esami, che durante il primo lockdown non si erano potuti fare, che evidenziano purtroppo un problema all'intestino, però si può ancora intervenire chirurgicamente. I medici suggeriscono di non perdere tempo prezioso e visto che nostro padre è già in ospedale di eseguire al più presto l'intervento. Così a metà settembre danno il permesso a nostra madre di incontrare papà per informarlo dell'operazione. Nostro padre è felicissimo di rivedere nostra madre dopo tanti giorni di ricovero, parlano dell'operazione e lui acconsente, così viene trasferito in chirurgia d'urgenza per essere sottoposto all'intervento.

L'operazione viene superata con successo e il post operatorio procede bene, supera anche un'infezione, ma passano i giorni e riusciamo a vedere nostro padre solo tramite l'aiuto di amici di amici che lavorano al Brotzu che lo aiutano con le videochiamate. Chiamare in reparto è un'impresa, rispondono raramente e quando rispondono ti dicono che sono super indaffarati e che forse ti chiameranno, ma la maggior parte delle volte non richiamano.

Capiamo la situazione, pochi infermieri per un reparto complesso, però non la giustifichiamo.

Finalmente, in una telefonata di metà ottobre ci viene detto che sta bene, mangia, e che dobbiamo scegliere se portarlo a casa oppure se trasferirlo in una clinica. Le infermiere la mattina successiva incontrano nostra madre al triage (per portare il cambio e sostituire le batterie degli apparecchi) e le dicono che nostro padre le ringrazia e le saluta tutti i giorni. Tutto questo ci fa tirare un sospiro di sollievo, perché riconosciamo in queste parole il carattere di nostro padre che è sempre riconoscente verso tutti, significa che dopo tutte quelle settimane isolato è ancora vigile.

Dopo pochi giorni, però, la situazione precipita: ci chiama un'altra dottoressa e ci dice che ha dei problemi cognitivi, è allettato e ha anche le piaghe, sarà dimesso a breve però ci consigliano di portarlo in una struttura. Ci cade il mondo addosso, come è possibile tutto questo? La mattina del 2 novembre ci chiamano per avvisarci che nostro padre ha avuto una crisi respiratoria e non l'ha superata.

Proprio il giorno prima nostra madre aveva chiamato il reparto e aveva risposto un infermiere, lo aveva pregato di farglielo vedere con la videochiamata, lui aveva risposto che per il protocollo non poteva toccare il telefono di un paziente, ma che forse più tardi lo avrebbe chiamato. Quella videochiamata, purtroppo, non c'è mai stata.

A tutto questo si aggiunge l'incredibile esperienza nella sala morturia: non c'era nessuna guardia giurata all'ingresso, nessun gel igienizzante, nessun ricambio d'aria, solo un cartello sulla porta con scritto 'entrare uno alla volta'. La persona da viva non la può vedere nessuno, ma da morta, evidentemente, il protocollo anti Covid decade.

Racconto questo perché dal momento del ricovero nostro padre, visto il protocollo Covid-19 dell'ospedale, non ha potuto ricevere la visita di nessuno, ad eccezione dell'unica a metà settembre di nostra madre, e per il resto del periodo è rimasto solo con gli infermieri e i dottori del reparto, e qualche rara videochiamata.

Il dolore è immenso perché non si è potuti stare vicini a una persona cara che aveva tanto bisogno della vicinanza dei familiari, il contatto visivo sarebbe stato un grande sostegno morale all'interno della camera di ospedale in tutte quelle settimane difficili prima e dopo l'operazione.

Vorremmo che nessuno provasse quello che abbiamo vissuto in questi mesi e ci chiediamo: l'umanità verso le persone fragili dove è finita?

Abbiamo una proposta da fare a tutti i livelli della politica e della sanità: predisporre all'interno di ogni reparto un tablet per i pazienti fragili come nostro padre e assumere un oss o un volontario che quotidianamente metta in contatto questi pazienti con la propria famiglia. Si tratta di una proposta semplice ed economica che darebbe un grande aiuto alle persone all'interno di qualunque camera di ospedale, restituirebbe l'umanità persa e la fiducia in un struttura sanitaria in questo momento di emergenza che tutti stiamo vivendo, visto che le visite ai pazienti saranno negate ancora per tanti e tanti mesi. Siamo ancora in tempo per aiutare le persone in difficoltà.

Grazie".

S. G. - Cagliari

***

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