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Solidarietà

Olbia e Bitti, quel legame che arriva dai pastori degli anni Cinquanta

Partiti subito camion carichi di ciò che serve per affrontare l'emergenza
l arrivo del camion di aiuti a bitti (foto archivio l unione sarda)
L'arrivo del camion di aiuti a Bitti (foto archivio L'Unione Sarda)

C'è un intero quartiere di Olbia, tra i più popolosi, che porta il nome di una famiglia bittese, il rione Bandinu, territorio di pascolo poi lottizzato per le tante villette uni o bifamiliari che caratterizzano la città orizzontale. E veniva da Bitti Peppino Carzedda, il sindaco che ha governato per sette cruciali anni del boom olbiese, figura di spicco della potente Democrazia cristiana sassarese. Oggi sono 255 i residenti che si sono trasferiti dal paese barbaricino ad Olbia, 231 quelli che ci sono nati. Un numero che però è relativo ai pionieri e non definisce la foltissima comunità arrivata ormai alla seconda e terza generazione e che conta migliaia di olbiesi. Un percorso simile a quello dei buddusoini (che però hanno numeri ancora più consistenti), per l'inserimento in luoghi chiave della società, l'economia, la politica.

Se Bitti chiama, Olbia risponde. Come ha fatto il resto della Sardegna ma con in più quel legame della terra che lega tanti suoi cittadini, oltre alla comune drammatica esperienza dell'alluvione. Così, in poche ore, per una spontanea mobilitazione, prima ancora dei gruppi organizzati, sono partiti camion e furgoncini carichi di ciò che serve ad affrontare l'emergenza. Una di queste raccolte è stata pubblicizzata su social dal sub commissario della Provincia Pietro Carzedda, figlio dell'ex sindaco Peppino. Era stata annunciata la partenza dalla zona industriale di un camion della ditta Laconi carico di bottiglie d'acqua. Nel giro di cinque ore il carico si è arricchito di prodotti per la pulizia, varechina, stivali di gomma, mascherine. "Olbia è una città sempre molto generosa ma è stato veramente commovente vedere anche singoli cittadini portare un paio di stivali o qualche litro di candeggina", spiega Carzedda: "Ci sono anche altri gruppi che si sono organizzati per raccogliere ciò che serve". Nella scuola di Putzolu, la stessa che frequentava Enrico Mazzoccu, morto a cinque anni nell'alluvione del 2013, i bambini hanno riempito un furgoncino su iniziativa di una mamma di origine bittese. "Questa tragedia ci ha colpito moltissimo. Ora abbiamo in programma una grande iniziativa di solidarietà per Natale per far sentire tutto il nostro calore e la nostra vicinanza".

La storia della famiglia Carzedda è tra le più significative dell'immigrazione bittese ad Olbia. "Mio nonno Pietro e i suoi fratelli erano nati a Bitti, quando si sono trasferiti qui, mio padre aveva dodici anni", racconta il subcommissario della Provincia. E' un percorso di allevatori benestanti che nella città gallurese avevano, già nell'immediato dopoguerra, fatto il grande salto con l'acquisto dei terreni e gli investimenti nell'industria casearia che ad Olbia si era già insediata tra Ottocento e Novecento per iniziativa di alcuni imprenditori laziali, ponzesi e greci. La punta di un iceberg che era costituito dai tanti pastori che, dopo aver portato le greggi per anni nella fertile piana di Olbia, vi si erano poi stabiliti. Carzedda, laureato a Roma in Economia e commercio, insegnante nel neonato Istituto tecnico Deffenu, si candida per la prima volta in Consiglio comunale nel 1956, diventa sindaco dal 1973 al 1980 e guida il Consorzio industriale fino al 1979. "Peppino Carzedda è un monumento per la storia della comunità bittese ad Olbia", commenta Giulio Calvisi, 54 anni, sottosegretario alla Difesa del governo Conte, nato e cresciuto ad Olbia da genitori di Bitti: "Si è trattato di un'immigrazione trasversale che ha riguardato un po' tutte le classi sociali, non solo i pastori. E i bittesi ad Olbia si sono inseriti e affermati nelle imprese, il commercio, le professioni. Del resto, è un tratto distintivo della città. Ad Olbia non conta né lo ius sanguinus, né lo ius soli. Conta lo ius labor". Il senso di appartenenza resta forte anche per le seconde generazioni. "Io sento fortissima questa doppia identità, è una cosa che ti porti dietro. Con i miei genitori e i miei fratelli non ho mai scambiato una parola in italiano".

"Esiste un elemento che chiamerei bittesità ed è molto forte, un legame che non si è mai interrotto, anche perché è molto forte l'orgoglio di sentirsi bittesi", conferma Francesca Ena, 59 anni, pediatra, fondatrice e responsabile dell'ambulatorio per stranieri della Assl. Anche lei bittese di seconda generazione con radici barbaricine salde. "Sono nata a Olbia ma ho vissuto i primi anni dell'infanzia in campagna, quindi con un ambiente molto vicino a quello del paese. All'inizio abbiamo dovuto fare i conti con un doppio pregiudizio, in famiglia noi bambine venivamo messe in guardia rispetto alle abitudini cittadine mentre per molti olbiesi ancora eravamo i montagnini ma l'inserimento passava anche per queste dinamiche. In paese ci si torna e quei luoghi che abbiamo visto devastati nelle immagini, per me sono luoghi dell'anima".

In quei luoghi si è precipitato subito, armato di pala e stivaloni, Angelo Calvisi, 56 anni, che in Sardegna è noto per l'attività ultratrentennale come maestro di judo. La sua palestra, sede della Kan judo Olbia, era stata devastata dal ciclone Cleopatra. Nato a Martis, padre allevatore bittese, è arrivato ad Olbia da bambino. "Mio padre, invalido, venne poi assunto alla Nuratex e noi ci stabilimmo qua. Ma a Bitti ci sono sempre le radici, c'è una parte della famiglia. La palazzina nella quale vive mia cugina è distrutta, lei è stata tirata fuori dai vigili del fuoco. Noi siamo andati a dare una mano, a cercare di spalare via fango e macerie. Abbiamo vissuto l'esperienza di Olbia ma a Bitti, nella parte alta, è stato davvero un disastro. Speriamo che gli aiuti arrivino davvero e in maniera più tempestiva che da noi".

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