Ha duecento anni ma se li porta bene, tanto che periodicamente ritorna di moda: la “dottrina Monroe” rispunta fuori ogni volta che gli Stati Uniti decidono di fare i gendarmi del continente americano, e non poteva non essere tirata in ballo anche per l’intervento deciso da Trump in Venezuela. Ma non è, a dire il vero, un riferimento del tutto corretto. La linea di politica estera enunciata al Congresso nel dicembre 1823 dal quinto presidente Usa, James Monroe, nasceva in effetti in un contesto completamente diverso da quello attuale.

In piena crescita

Quella che da tempo è considerata la più grande potenza mondiale, all’epoca era un giovane Paese (meno di 50 anni dalla dichiarazione d’indipendenza) in via di formazione: comprendeva solo 24 Stati, la Florida era entrata a farne parte appena l’anno prima. Dovevano ancora essere annesse porzioni di territorio di enorme importanza, come la California e il Texas. La dottrina Monroe aveva, in gran parte, funzioni difensive. Mirava infatti a escludere le interferenze europee nelle Americhe, creando due sfere di influenza separate tra Vecchio e Nuovo Mondo. Poneva un veto ai nuovi tentativi di colonizzazione, soprattutto nell’America Latina, da parte delle potenze di oltre Atlantico, e in cambio sanciva il principio di non intervento degli Stati Uniti negli affari europei.

La mappa degli Usa nel 1822 (da Wikipedia)
La mappa degli Usa nel 1822 (da Wikipedia)
La mappa degli Usa nel 1822 (da Wikipedia)

Non stabiliva, insomma, la teoria dell’intero continente come “cortile di casa” degli Usa, come poi è stata interpretata la dottrina. Anche se va detto che ne costituiva la necessaria premessa. A spostare in avanti il confine delle pretese di Washington sarà, all’alba del ventesimo secolo, il cosiddetto corollario di Roosevelt. Fu quell’enunciazione ad attribuire agli Stati Uniti la potestà di intervenire, anche e soprattutto militarmente, per garantire l’ordine nella regione. Curiosità: il corollario nacque da una crisi che riguardava proprio il Venezuela, oggi al centro dell’attenzione.

A formularlo fu un altro storico presidente, il 26esimo della storia della Federazione: Theodore Roosevelt, da non confondere con Franklin Delano (che pure gli era imparentato), colui che qualche decennio più tardi avrebbe pilotato il Paese fuori dalla tempesta della Grande Depressione e poi attraverso la seconda guerra mondiale. Il primo Roosevelt, repubblicano, approdò alla Casa Bianca nel 1901, quando fu ucciso il presidente William McKinley di cui era il vice. Fautore di una politica estera interventista, nel dicembre del 1904 coniò appunto il corollario della dottrina Monroe, prevedendo “l’azione di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata”, con ovvio riferimento alla propria, nei casi di “comportamenti cronici sbagliati nel continente americano”.

Il casus belli

Tutto era nato dal caso dei debiti che il presidente venezuelano Cipriano Castro non intendeva onorare, nei confronti di Stati e cittadini europei, e che erano originati dalla guerra civile nel suo Paese. Italia, Germania e Regno Unito attuarono allora un blocco navale militare per costringere Castro a mutare atteggiamento. La dottrina Monroe in quella fase non indusse Washington ad agire contro gli Stati europei, perché vietava le occupazioni territoriali, ma non qualsiasi tipo di intervento militare ostile. Gli Usa mediarono comunque per superare la crisi, ma si allarmarono quando poi una corte internazionale di arbitrato riconobbe un diritto preferenziale, nel soddisfacimento dei crediti, agli autori del blocco navale rispetto agli altri Paesi. Il rischio era che questo precedente incentivasse ulteriori interventi militari da parte dell’Europa in America Latina.

Per questo Roosevelt affermò che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti come ultima risorsa per garantire che le nazioni americane adempissero agli obblighi verso i creditori internazionali, allo scopo di evitare “un'aggressione straniera”. In vicende di questo genere, Washington avrebbe potuto “esercitare il potere di polizia internazionale”. La storia ha poi mostrato che, in realtà, tale potere è stato utilizzato ben al di là dei casi in cui fosse in gioco la capacità degli Stati americani di onorare i propri debiti. Di fatto, la dottrina Monroe – con la correzione del corollario Roosevelt – ha finito per giustificare tutte le ingerenze Usa nella regione, in particolare nel Centro e Sud America.

Ritratto di James Monroe, quinto presidente Usa
Ritratto di James Monroe, quinto presidente Usa
Ritratto di James Monroe, quinto presidente Usa

Impossibile dire cosa penserebbe oggi James Monroe di come venga invocata la sua dottrina in casi come quello, recentissimo, della deposizione di Maduro: ma è legittimo avere dubbi sulla sua approvazione. Giovanissimo combattente per l’indipendenza americana, e formato alla professione giuridica nientemeno che da Thomas Jefferson (altro grande presidente, il terzo della storia), Monroe fu l’ultimo inquilino della Casa Bianca scelto tra i padri fondatori. Ma non è da considerare tra i più nazionalisti: forse anche per i suoi trascorsi da ambasciatore a Parigi e Londra. Fu, tra l’altro, uno dei protagonisti dell’acquisto della Louisiana dalla Francia, e aggiunse anche altri Stati all’Unione. La sua presidenza venne in seguito definita “l’Era dei buoni sentimenti”, perché al tempo la contrapposizione politica interna era quasi del tutto sfumata. Il suo passato di soldato non lo rendeva certo un carattere arrendevole: ma forse entrare nella camera da letto del leader di un altro Paese per portarlo via in manette sarebbe sembrato troppo anche a lui,

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