Federico II e il giallo delle tabacchiere
Ma tra le cinque prelevate a Charlottenburg non c’è quella che salvò il re di Prussia da un proiettile nemicoUn ritratto di Federico II (1712 -1786) quando era ancora principe ereditario di Prussia (archivio U. S.)
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“Era sgradevole persino dal punto di vista fisico: si cambiava poco, era sudicio, vestiva sempre la stessa vecchia uniforme, fiutava tabacco che gli schizzava dappertutto, aveva sempre i cani addosso”.
È abbastanza ripugnante il ritratto che Alessandro Barbero nel suo “Federico il Grande” (Sellerio) traccia del più rilevante e vittorioso fra i sovrani di Prussia, il “re filosofo” amico di Voltaire e incubo dell’imperatrice Maria Teresa. Eppure in quelle poche pennellate così deprimenti stanno annidati ben due elementi che – almeno secondo la leggenda – furono determinanti per salvare la vita a Federico. Parliamo dei cani che gli stanno addosso e del tabacco da fiuto.
I cani erano più precisamente dei piccoli levrieri italiani, una razza che Federico amava molto. Secondo uno dei tanti aneddoti poco verificabili ma molto tenaci che circolano sul suo conto, dopo una delle sue rare ma solenni sconfitte militari Federico trovò riparo sotto un ponte. Rimase lì acquattato mentre il nemico vittorioso ci passava sopra. Sarebbe bastato che uno dei suoi inseparabili levrieri abbaiasse, o si lasciasse sfuggire un guaito, e difficilmente Federico avrebbe evitato la cattura. Ma, sia stato per devozione al padrone o per disciplina inevitabilmente prussiana, i cani tacquero e il sovrano la scampò. Quanto al tabacco – che peraltro era un vizio di famiglia: il padre e predecessore di Federico, il “re sergente” Federico Guglielmo, aveva creato e frequentava un suo “club del tabacco” – difficilmente lo associamo a pratiche salutari o addirittura salvavita.
Eppure secondo un aneddoto molto conosciuto, durante la battaglia di Kunersdorf Federico ebbe salva la vita grazie alla tabacchiera che portava nella giacca: su quella robusta scatoletta metallica si schiantò un proiettile nemico che altrimenti lo avrebbe colpito e ucciso. La storia è meno improbabile di quel che può sembrare: anche le fonti consultate da Barbero raccontano di Federico che almeno in un’altra occasione torna dal campo di battaglia con il mantello crivellato dalle pallottole. E quanto ad aneddoti di guerra su coincidenze fortunose e fortunate, chi ha amato “Il sergente nella neve” ricorderà che anche a Mario Rigoni Stern accadde qualcosa di simile, e perfino di più improbabile: una pallottola di mitragliatrice non lo centrò in fronte solo perché si incastrò nell’innesto della baionetta sul fucile che teneva puntato davanti a sé.
D’altra parte Federico rischiò anche fuori dal campo di battaglia. La prima volta fu quando, ancora molto giovane, tentò di lasciare la noiosissima e opprimente Prussia e trasferirsi in Inghilterra senza l’autorizzazione del padre, che la considerò una diserzione (l’appartenenza alla casa reale comportava l’attribuzione del grado di colonnello) e valutò di mandarlo sul patibolo. Poi si limitò a ridurlo provvisoriamente allo stato civile e a tenerlo a lungo ai domiciliari, ma prima lo costrinse ad assistere alla decapitazione dell’amico che lo aveva aiutato nel suo sfortunato progetto di fuga.
A far tornare d’attualità in Germania le tabacchiere del re e la storia di quella che gli salvò la vita è un episodio di poco più di un mese fa, sul quale ancora non è stata fatta pienamente chiarezza. Il 4 gennaio un pezzo di Fernando D’Aniello per l’Ansa informava: “Il settimanale tedesco Der Spiegel lo racconta come se fosse un film: la mattina dello scorso 28 luglio diverse persone si presentano allo Schloss di Charlottenburg, a Berlino, oggi un museo, in quel momento chiuso ai visitatori. Sono lì per prelevare cinque tabacchiere appartenute a Federico il Grande del valore di circa venti milioni di euro, le portano via, perché, apparentemente, sono di proprietà della famiglia Hohenzollern”. L’ipotesi dello Spiegel è che le tabacchiere siano state effettivamente destinate dalla Bundesrepublik ai discendenti degli Hohenzollern per chiudere un’antica disputa sul patrimonio della vecchia casa regnante. Oggetti di grande valore, anche e soprattutto storico, ma una frazione poco più che simbolica rispetto a un tesoro artistico inestimabile, a suo tempo trasferito dall’antica casata allo Stato. Ma per quanto la spiegazione sia plausibile, non c’è una conferma dell’amministrazione statale né dagli Hohenzollern. A oltre un mese dal prelievo delle tabacchiere da Charlottenburg, la situazione resta quella fotografata da D’Aniello in chiusura del suo articolo: “Allo Spiegel il principe di Prussia non ha voluto rivelare dove si trovino oggi i cinque oggetti per "motivi di sicurezza", mentre allo Schloss sono ancora visibili le cinque vetrine. Vuote”.
