Quando la musica diventa paura: supera il mezzo secolo il capolavoro di “Profondo Rosso”
Il film di Dario Argento e la spettacolare colonna sonora dei Goblin hanno compiuto 51 anniPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Quest’anno compirà 51 anni uno dei capisaldi del cinema horror italiano, ritenuto uno dei capolavori del maestro Dario Argento. Ma Profondo Rosso, che continua a essere un punto di svolta tra i film splatter dei primi anni Settanta e tutto quello che verrà dopo, non poteva diventare la pellicola cult riconosciuta da tutti se non fosse stato per Claudio Simonetti e i suoi Goblin, autori di una colonna sonora che ancora oggi è una pietra miliare del progressive italiano.
Uscito nel marzo del 1975, il film inaugura una stagione molto prolifica del regista romano, con nuove geometrie del terrore e di un uso del colore che diventerà marchio di fabbrica di Dario Argento. Ma ciò che più di ogni altro elemento contribuisce alla longevità ultra-decennale della pellicola è proprio la colonna sonora, creando quella suspense – appena due anni prima – William Friedkin era riuscito a regalare al mondo con L’Esorcista e le sonorità angoscianti di Tubular Bells, brano composto e suonato da Mike Oldfield.
La collaborazione tra Argento e il gruppo guidato da Claudio Simonetti nasce quasi per caso. Il regista aveva inizialmente pensato a prendere in prestito un brano dei Pink Floyd, ma la trattativa sfumò e la produzione propose una giovane band progressive romana, allora semisconosciuta. Il risultato fu un incontro che, ancora oggi, sembra inevitabile: la tensione visiva di Argento e la potenza ritmica dei Goblin si fusero in un lavoro che non può essere scisso. estetica nuova, più vicina all’incubo psichedelico che al giallo tradizionale.
Il tema principale, costruito su un motivo musicale per pianoforte e sintetizzatori Moog ripetuto insistentemente (che in gergo tecnico si chiama ostinato),resta ancora oggi dopo mezzo secolo un marchio di fabbrica indelebile nella memoria collettiva. La sua forza non risiede solo nella melodia, ma nel modo in cui dialoga con le immagini del film: il segreto – che rende geniale la pellicola di Dario Argento – è che la musica non ha mai accompagnato l’azione, ma l’ha sempre anticipata con un suono che si insinua, che avverte lo spettatore come un presagio di quello che accadrà, creando un contrasto terrorizzante tra la dolcezza e l’ingenuità del carillon con l’aggressività delle percussioni. Un’idea, quella di utilizzare il carillon per aumentare la suspence, che poi verrà utilizzata in numerosi colossal dell’orrore americani. Non è un caso che Profondo Rosso abbia influenzato compositori e registi come John Carpenter e tantissimi altri autori più moderni. In un momento in cui la musica per il cinema tendeva ancora verso orchestrazioni classiche, il quartetto romano del Goblin impose un modello alternativo: moderno, disturbante, ipnotico, molto simile a quello che due anni prima Miche Oldfield aveva regalato con l’Esorcista.
E che la musica di Profondo Rosso e del loro leader Simonetti sia ancora del tutto attuale lo si è visto anche in Sardegna nel luglio 2020, quando il gruppo si esibì a Sestu per la XIII edizione del festival In Progress One. Tantissimi appassionati, dopo cinquant’anni, ancora ricordavano perfettamente timbri e sonorità.
