Pogacar re del ciclismo totale, l’uomo che corre più forte della storia
Le vittorie nei grandi giri e nelle classiche: a 27 anni lo sloveno è già una leggenda dello sportTadej Pogacar esulta al traguardo della Milano-Sanremo 2026
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La caduta poco prima della salita della Cipressa, fango e asfalto sui fianchi, la maglia iridata strappata. La classica più desiderata sembra scappare via. Ma la Milano-Sanremo del 2026 regala un finale incredibile e consegna l’immagine che forse meglio racconta Tadej Pogacar: l’incidente trasformato in occasione, la sfortuna che diventa adrenalina. Il giovanotto sloveno salta sulla bici uscita malconcia come lui dall’incidente a trenta chilometri dall’arrivo e compie l’ennesima impresa di una carriera che è già leggenda. Rientra in gruppo e incendia subito la corsa con uno dei suoi attacchi ripetuti e micidiali. Stacca Van der Poel, l’avversario più temibile, sul Poggio, l’ultima salita. E soprattutto piega il britannico Pidcock nel rettilineo finale di via Roma. Volata a due all’ultimo respiro e linea d’arrivo superata con appena quattro centimetri di vantaggio. Non una semplice vittoria: un manifesto di forza, orgoglio e ferocia agonistica. La Sanremo che sembrava meno adatta alle sue caratteristiche diventa il simbolo della superiorità mentale prima ancora che atletica del ciclista arrivato da Komenda, villaggio di mille anime alle porte di Lubiana.
Da una vittoria all’altra
A 27 anni Pogacar ha già spostato il confine del possibile. Nel suo curriculum ci sono quattro Tour de France (davanti a lui con cinque successi solo mostri sacri come Merckx, Hinault, Anquetil, Indurain), il Giro d’Italia conquistato al debutto nel 2024 e due Mondiali consecutivi, a Zurigo nel 2024 e a Kigali nel 2025. Nel luglio scorso ha toccato le cento vittorie da professionista, e con il successo di Sanremo è già salito a quota 110. Numeri che da soli spiegano quanto sia il più forte del gruppo: è il corridore totale, quello che domina le grandi corse a tappe ma fa sentire il suo ruggito anche nelle prove di un giorno. Nel 2024 ha persino conquistato la tripla corona del ciclismo moderno, fatta di Giro, Tour e Mondiale nello stesso anno, impresa riconducibile solo ai massimi interpreti delle corse in bicicletta.
Il campione totale
Il dato impressionante non è soltanto quanto vince, ma dove e come vince. Pogacar ha fatto saltare per aria il concetto del campione specializzato costruito per le salite e le corse di tre settimane. Viaggia in un’altra dimensione, piega terreni opposti, impone la sua legge ovunque. Ha conquistato due Giri delle Fiandre, tre Liegi-Bastogne-Liegi, cinque Giri di Lombardia consecutivi e adesso anche la Sanremo: ha messo la firma su undici “classiche monumento”, quelle che se ne vinci una sei già nella storia del ciclismo. Ha raggiunto il belga Roger De Vlaeminck, re delle classiche anni Settanta, davanti a lui c’è solo il più grande di tutti, Eddy Merckx il Cannibale delle diciannove vittorie, il campione totale che più assomiglia a Pogacar.
Ora manca la Roubaix
Nel mirino dello sloveno che non si ferma mai c’è subito la Parigi-Roubaix, l’unica Monumento delle cinque assente dalla sua classifica personale. Sarebbe il sigillo che fa chiudere il cerchio, il piatto naturale per la sua fame, quella delle vittorie in quattro Strade Bianche, due Freccia-Vallone, un Amstel Gold Race, due Tirreno-Adriatico. In un ciclismo che divide gli specialisti e tende a proteggere i leader del gruppo, lui, il più leader di tutti, fa esattamente il contrario: si espone, rischia, sceglie il terreno più scomodo e lo trasforma nel suo campo di battaglia. Ed è qui che il paragone con Merckx non è eresia. Le epoche non sono sovrapponibili, i materiali cambiano, la preparazione atletica e i dettagli tecnici pure, e i confronti assoluti restano sempre imperfetti. Ma nel ciclismo superspecializzato di oggi Pogacar sta facendo saltare il banco: non presidia un territorio, lo allarga. Vince il Tour e poi va a cercare il Lombardia (vinto per cinque volte di fila), sogna la Roubaix, corre il Mondiale per demolirlo da lontano (come ha fatto in Ruanda l’anno scorso, con una fuga solitaria di 66 chilometri).
Gli applausi di Merckx
Dopo il trionfo di pochi giorni fa alla Sanremo lo stesso Merckx ha detto di essere rimasto «senza parole» davanti all’ennesima impresa: se è proprio il Cannibale ad applaudire, significa che la discussione si è già spostata dal presente alla leggenda. Pogacar ha solo ventisette anni, può scrivere ancora un bel pezzo di storia del ciclismo. Il bello, o il terribile per i rivali, è proprio questo: il catalogo di Tadej non è ancora completo. Tra i grandi giri gli manca la Vuelta ma solo perché non l’ha ancora cercata. E siccome il ragazzo cresciuto dall’altra parte delle Alpi ama solo le storie difficili, tra gli addetti del ciclismo si parla della suggestione assoluta: il piano per vincere Giro, Tour e Vuelta nello stesso anno – nel 2027 – , impresa mai riuscita a nessuno. Oggi è ancora un’ipotesi, forse persino follia. Ma con Pogacar le cose estreme diventano costruzione e metodo, le sfide impossibili sono semplici appuntamenti sul calendario. È il più grande della sua generazione e anche delle ultime che lo hanno preceduto. Ma c’è ancora tempo per le definizioni finali: di sicuro Pogacar è già nell’Olimpo di uno sport con centocinquant’anni di storia, lo sloveno può dare del tu persino ai nostri irripetibili Coppi e Bartali.
