Dal banditismo barbaricino all’uscita dal carcere: la storia del bandito di Lula

Per anni il suo nome è stato uno dei più temuti nelle cronache della Sardegna. Quello di Matteo Boe è il volto di una stagione criminale che tra gli anni Ottanta e Novanta ha segnato profondamente l’isola: quella dei sequestri di persona organizzati nelle campagne barbaricine. Una storia fatta di latitanza, evasioni clamorose, processi e tragedie familiari, che si chiude con il ritorno nel suo paese natale dopo venticinque anni trascorsi in carcere.

Le origini in Barbagia

Matteo Boe nasce e cresce a Lula, piccolo centro della provincia di Nuoro ai piedi del Monte Albo. In quegli anni la Barbagia è una terra dura, segnata da una forte tradizione pastorale ma anche da un fenomeno criminale che riempie le pagine dei giornali: i sequestri di persona a scopo di estorsione.

Per la prima volta il suo nome compare nelle indagini che portano al rapimento della giovane Sara Niccoli, sequestrata nel 1983 in Toscana. Arrestato e processato, viene condannato a sedici anni di carcere.

L’evasione dal supercarcere dell’Asinara

Nel 1986 accade l’episodio che trasforma Boe in una leggenda del banditismo sardo. È detenuto nel supercarcere dell’Asinara, una delle strutture penitenziarie più sicure d’Italia. Il primo settembre riesce in un’impresa che farà scalpore: evade dal carcere calandosi lungo un dirupo e raggiungendo il mare, dove lo attende un gommone. La fuga dall’isola-prigione rappresenta un colpo clamoroso per lo Stato e trasforma Boe in uno dei latitanti più ricercati del Paese.

Il sequestro De Angelis

Durante la latitanza, torna al centro dell’attività criminale legata ai sequestri di persona. Tra i casi più noti c’è quello dell’imprenditore romano Giulio De Angelis, rapito nell’estate del 1988 in Costa Smeralda, prelevato da un commando armato mentre si trova in vacanza in Sardegna. Dopo il rapimento, l’imprenditore viene trasferito nell’entroterra barbaricino e nascosto tra i rifugi delle montagne del Nuorese, territorio che in quegli anni rappresenta il cuore operativo dell’ “anonima sequestri”. La prigionia dura diverse settimane, scandite dalle trattative tra i sequestratori e la famiglia. Come in molti rapimenti di quel periodo, il gruppo criminale punta a ottenere un riscatto milionario sfruttando l’isolamento geografico e la perfetta conoscenza del territorio. Le indagini successive individueranno in Matteo Boe uno degli uomini coinvolti nell’organizzazione del sequestro. Per gli investigatori, il bandito di Lula avrebbe avuto un ruolo chiave nella gestione logistica della prigionia e nei collegamenti tra i membri del gruppo criminale. Il sequestro De Angelis rappresenta uno dei casi simbolo della stagione dei rapimenti in Sardegna: operazioni pianificate nei minimi dettagli, condotte da bande capaci di muoversi tra la costa e l’interno dell’isola, sfruttando la complicità del territorio e una rete di appoggi difficilissima da smantellare per le forze dell’ordine.

Il sequestro di Farouk Kassam

Il nome di Farouk Kassam entra nella storia della cronaca nera italiana il 15 gennaio 1992. Il bambino, sette anni, figlio dell’imprenditore alberghiero di origine libanese Fateh Kassam, viene rapito nella villa di famiglia a Porto Cervo, nel cuore della Costa Smeralda. È notte quando un commando armato fa irruzione nella casa. I sequestratori immobilizzano i presenti e portano via il piccolo Farouk. Per mesi il bambino resta prigioniero in condizioni durissime, sorvegliato dai banditi in rifugi improvvisati tra boschi e zone impervie della Barbagia. Il caso esplode immediatamente sui media nazionali. Le immagini del bambino dagli occhi scuri fanno il giro d’Italia e il sequestro diventa uno dei più seguiti dell’epoca. Le trattative tra i rapitori e la famiglia Kassam si trascinano per mesi, mentre le forze dell’ordine battono senza sosta le campagne del Nuorese nel tentativo di individuare il covo. Nel luglio del 1992 avviene l’episodio che sconvolge il Paese. Per dimostrare che Farouk è ancora vivo e costringere la famiglia ad accelerare il pagamento del riscatto, i sequestratori mutilano il bambino tagliandogli parte del lobo dell’orecchio sinistro. Il frammento viene spedito alla famiglia insieme a una fotografia. Una scena brutale che segna uno dei punti più feroci della stagione dei sequestri in Sardegna. Dopo settimane di tensione e trattative riservate, il riscatto viene pagato.

Nella notte tra l’11 e il 12 luglio 1992, dopo 177 giorni di prigionia, Farouk Kassam viene finalmente liberato nelle campagne tra Buddusò e Pattada, nel nord Sardegna. Il bambino viene lasciato solo lungo una strada sterrata e riesce a raggiungere un casolare e chiedere aiuto. Quando viene ritrovato è provato, dimagrito e sotto shock, ma vivo. Le immagini del piccolo Farouk avvolto nelle coperte, circondato dai carabinieri e dai medici, fanno il giro delle televisioni italiane. La sua liberazione segna la fine di uno dei sequestri più drammatici della storia italiana recente.

Secondo diverse ricostruzioni, Graziano Mesina svolse un ruolo di mediatore nella trattativa che portò alla liberazione di Farouk Kassam. Non è però mai stato accertato ufficialmente che sia stato lui a consegnare materialmente il bambino alle forze dell’ordine. Le indagini porteranno all’arresto di diversi componenti della banda. Tra i nomi indicati dagli investigatori compare anche quello di Matteo Boe. Durante i processi, lo stesso Farouk Kassam riconoscerà alcuni dei sequestratori.

La cattura in Corsica

Dopo sei anni di latitanza, la fuga di Matteo Boe si conclude il 13 ottobre 1992 in Corsica. L’ex primula rossa del banditismo sardo viene arrestato a Porto Vecchio, località del sud dell’isola francese dove si era nascosto insieme alla compagna Laura Manfredi e ai figli. La cattura arriva al termine di una lunga attività investigativa coordinata tra le forze dell’ordine italiane e la polizia francese. Dopo il sequestro di Farouk Kassam, gli investigatori intensificano la caccia ai componenti della banda e concentrano l’attenzione anche sui collegamenti tra Sardegna e Corsica, da sempre considerate una delle rotte privilegiate per la latitanza dei banditi barbaricini.

Secondo le ricostruzioni dell’epoca, Boe viveva sotto falso nome e conduceva una vita appartata, cercando di non attirare l’attenzione. Ma gli investigatori riescono a localizzarlo grazie a una serie di controlli e pedinamenti scattati dopo alcune segnalazioni. L’operazione scatta all’alba. Gli agenti francesi circondano l’abitazione dove si nasconde il latitante. Boe viene bloccato senza sparare un colpo. La notizia dell’arresto fa immediatamente il giro d’Italia: dopo anni di fughe e depistaggi, uno dei ricercati più pericolosi del Paese è stato catturato. Dopo l’arresto, viene estradato in Italia e trasferito in carcere sotto stretta sorveglianza. Da quel momento iniziano i lunghi processi che porteranno alle condanne definitive per i sequestri di persona, compreso quello del piccolo Farouk Kassam. Complessivamente sconterà venticinque anni di carcere in diversi istituti penitenziari italiani.

Nel frattempo la sua famiglia è stata colpita da una tragedia: nel 2003 la figlia quattordicenne Luisa viene uccisa da un colpo di fucile mentre si affaccia al balcone di casa. Un delitto rimasto senza colpevoli

Il ritorno a Lula

Dopo aver scontato interamente la pena, Matteo Boe torna libero nel 2017 e rientra a Lula. Ha quasi sessant’anni. Oggi vive lontano dai riflettori, tra le montagne del Montalbo. Fa l’allevatore di pecore e la guida per trekking a turisti escursionisti.

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