Pepe Mujica, l’ultimo tupamaro
Un anno fa moriva l’ex presidente dell’Uruguay, emblema della lotta alle ingiustizie sociali. Cristina Guarnieri: «Oggi ci sarebbe bisogno di lui»Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
José Mujica è morto un anno fa. José Mujica vive. Nel cuore e nella mente di chi ha avuto modo di conoscere l’uomo diventato presidente dell’Uruguay finalmente libero e democratico dal 2009 al 2015, quattordici anni dopo la caduta della feroce dittatura militare. Dodici mesi fa il tupamaro che visse lunghe stagioni di prigionia, ostaggio di una tirannide, lasciò questo mondo ma non la memoria, intoccabile, di chi ne colse il rigore politico, ideologico e morale.
Nacque povero di finanze ma non di idee, che per lui costituivano la vera ricchezza. «Non sono il presidente più povero», diceva. «Il più povero è colui che ha bisogno di tanto per vivere. Il mio stile di vita è una conseguenza delle mie ferite. Sono figlio della mia storia. Ci sono stati anni in cui sarei stato felice solo con un materasso». Nacque agricoltore e tale morì, rinunciando alla residenza presidenziale di Montevideo per vivere nei campi e donando il 90 per cento del suo stipendio per le cause dei diseredati. «La mia idea di vita è la sobrietà», ebbe modo di affermare. «Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L'alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere».
Le sue scelte inequivocabili, in materia di diritti civili, lo portarono a legalizzare i matrimoni omosessuali, l’aborto, il consumo della marijuana. «Il matrimonio omosessuale – ricordò – è più vecchio del mondo. Ci sono stati Giulio Cesare o Alessandro Magno. È più antico di noi tutti. È un dato di realtà oggettiva, esiste. Per noi, non legalizzare significherebbe torturare le persone senza ragione».
I suoi messaggi traspaiono dalle opere che Cristina Guarnieri, studiosa fine e sensibile, ha saputo raccogliere e custodire. Romana, 46 anni, laureata in Filosofia all'Università La Sapienza di Roma, un dottorato di ricerca in filosofia del linguaggio conseguito presso la stessa Università,
dal 2011 direttrice editoriale della Editori Internazionali Riuniti, ora ha lo stesso incarico alla Castelvecchi. Sensibile agli aneliti di libertà in un Sudamerica oppresso dai regimi totalitari, si è occupata delle nonne di Plaza de Mayo, l’associazione argentina per i diritti umani che cerca i nipoti scomparsi durante la dittatura militare di Videla, rapiti o nati durante la prigionia delle madri, per restituirli alle loro famiglie legittime, così come dei desaparecidos in Spagna durante il regime franchista.
Guarnieri conobbe El Pepe, così è conosciuto Mujica, dodici anni fa. «Era il 2014 – ricorda la professoressa Guarnieri – quando The Economist aveva proclamato lui presidente dell’anno e l’Uruguay Stato dell’anno. Mi sembrava incredibile che avesse voluto ricevere me, poco più che trentenne, per un’intervista». Non ci furono ostacoli, resistenze. «Avevo semplicemente scritto alla presidenza della Repubblica dell’Uruguay e ottenuto un appuntamento. Una volta di fronte a lui mi venne spontaneo chiedermi e chiedere a Mujica come fosse possibile che non avesse mai scritto un libro in vita sua. Così nacque, per Castelvecchi, “La felicità al potere”, che ho curato insieme a Massimo Sgroi».
Tra Mujica e Guarnieri fu affinità a prima vista. «La prima impressione che ne ricavai – dice la docente universitaria – fu quella di un nonno, di un uomo saggio e semplice, con aria da contadino verace. Molto ispirante. Sono bastati pochissimi minuti di dialogo per sentirmi toccata dal suo carisma. Incarnava la politica nel senso più alto, l’etica. Valori eterni, insomma».
Mujica arrivò da Montevideo a Roma, per un memorabile intervento davanti alle Camere riunite e un abbraccio affettuoso con Sergio Mattarella. «Questo suo libro, La felicità al potere, lo presentammo in via Conciliazione – ricorda Guarnieri - con Roberto Saviano e Milena Gabanelli davanti a quattromila persone nell’albergo Columbus. È stato emozionante vedere come più di cento inviti siano stati raccolti da cento comuni diversi in Italia».
Celebri le sue interviste su comunismo e capitalismo, il suo pensiero gradito ai giovani. I suoi libri sono diventati manifesti di libertà, di lotta all’oppressione e allo sfruttamento, di autentico riscatto sociale dell’America latina. Per citarne alcuni, da La felicità al potere a Non fatevi rubare la vita, da Semillas al viento (semi al vento), un dialogo con Mario Mazzeo e Carlos Martell, al saggio Cuando la izquierda gobierne (Quando la sinistra governa), scritto a quattro mani con Rodrigo Arocena, matematico suo connazionale e rettore dell’Università.
La scomparsa di Mujica, morto il 13 maggio di un anno fa, per la professoressa Cristina Guarnieri, costituisce «una gravissima perdita in un’epoca di autoritarismi imperiosi e in un contesto di degrado politico come quello attuale. Sebbene avesse origini contadine era un uomo colto e preparato. Citava Seneca, gli Aymara, vasta popolazione indigena delle Ande, la sapienza antica, persino il Vangelo pur essendo ateo. Fu interlocutore dei teologi della liberazione, di capi di Stato come Lula. Oggi ci sarebbe bisogno di Pepe Mujica. Più che mai».
