Di Angela e Diego oggi non resta che il nome di battesimo e l’eco della loro storia. Scomparvero lo stesso giorno, il primo dicembre 1706, e dopo inutili ricerche, alla disperazione dei familiari seguì la rassegnazione. Nessuno più, in paese, ricorda cognomi e parentele dei due ragazzi che, come Giulietta e Romeo, hanno potuto vivere un amore eterno soltanto da morti.

Il loro primo incontro avvenne alla fontana vicino al paese. Era una calda mattina dell’ottobre del 1706 e Angela, che aveva appena sistemato la brocca sotto l’esile filo d’acqua, vide arrivare un giovane su un cavallo bianco. Anche se aveva soltanto 14 anni, sapeva che non stava bene rispondere allo sguardo di uno sconosciuto; e tuttavia non abbassò la testa fino al momento in cui lui fu vicino alla fonte. «Buongiorno», fu il saluto del cavaliere. «Buongiorno», rispose Angela, «se dovete bere posso interrompere...».

«Non ho fretta, state tranquilla. Anzi», disse il giovane, «se vi fa piacere, permettetemi di aiutarvi». Era un ragazzo di modi gentili e di portamento elegante. «Mi chiamo Diego, abito a Silanus», le disse con un sorriso. Chiacchierarono fino a quando anche la seconda brocca si riempì. Lui le raccontò che aveva diciassette anni, che era il figlio più piccolo di un possidente e che gli piacevano i cavalli. Lei gli disse che era figlia di un pastore, che aveva quattro fratelli e due nipotini e che era appena arrivata assieme a tutta la sua famiglia.
«Ti potrò rivedere?», le domandò. 
Una storia d’amore lontana nel tempo – raccontata in un libro (Gli amanti del nuraghe, Bandecchi & Vivaldi Editori) scritto da Demetrio Piras e pubblicato nel 2008 – dentro un paesaggio rimasto immutato. Una storia che sarebbe andata perduta per sempre se, come raccontò l’autore, in un giorno d’autunno del 1961, non avesse colto la commozione dello zio negli occhi velati di lacrime. 

La storia dei due innamorati senza speranza, di un corteggiatore cattivo e geloso, di una vendetta, di un mistero nato e sepolto sotto le pietre millenarie della torre nuragica che si erge vicino alla chiesa di Santa Sabina. È questo un quadrato di terra dai colori sempre lividi e pregni, come prima di un temporale, nelle campagne di Silanus. E da secoli, in paese e nei centri della zona, si narrano le storie di latitanti che vi hanno trovato rifugio e di amanti che portavano il loro sentimento al riparo.

Storie vere, romanzate dalla tradizione popolare e dal tempo. Demetrio Piras ha raccontato: «Avevo nove anni quando per la prima volta ascoltai la storia di Angela e Diego. E quando, tempo dopo, lo zio mi riferì di quegli scavi e del ritrovamento di tre scheletri vicino al nuraghe Sarbana, io ho subito pensato a loro, ho pensato a quella vecchia storia. “Calma, calma”, mi disse lui. Ma la sua commozione non l’ho mai dimenticata».

Angela era la penultima di casa, l’unica femmina dei cinque figli di Maria e di Antonio, un pastore nomade che in autunno e in primavera si spostava con le pecore e la famiglia intera. Con loro c’era anche Lorenzo, il fratello della moglie di Giuseppe - primogenito di Maria e Antonio - che era rimasto solo dopo la morte dei genitori. Tutto, della famiglia che ai primi di ottobre del 1706 arrivò a Silanus, è precipitato nell’oblio: non si sa da dove venisse, né quale fosse il cognome. Si sa soltanto che la carovana era diretta in Campidano e che la permanenza nel centro del Marghine doveva essere in realtà una breve sosta. Il destino cambiò registro il giorno in cui Angela incontrò Diego alla fontana. La ragazza, con la felicità nel cuore, conservò il segreto per far sì che la madre non le vietasse di andare a prendere l’acqua. Non vedeva, la malfatata, che Lorenzo da un po’ di tempo la guardava con occhi diversi e che aspettava il momento buono per chiederne la mano. Era, questi, un ragazzo di neanche vent’anni, dal carattere chiuso e dal temperamento irrequieto. Il giorno in cui, nascosto dietro un cespuglio, vide Angela che abbracciava un giovane, decise che lei sarebbe stata sua e di nessun altro.

Lorenzo era andato alla fontana per accennare ad Angela la sua intenzione di parlare col padre di lei. Visto quel che mai avrebbe voluto vedere, si lanciò su quel giovane sconosciuto, inveendo contro la ragazza. «Non ti lascerò mai a un altro uomo», era stata la sua nera promessa. Fu così che - quando i genitori di Angela vennero a sapere dell’accaduto - i due innamorati cominciarono a vedersi di nascosto dentro il nuraghe Sarbana, l’unico riparo segreto per il loro amore. Non si saprà mai quel che accadde, certo è che dal primo dicembre del 1706 nessuno ha mai più visto Angela e Diego. Il vecchio Antonio andò a parlare con Sebastiano, il padre del ragazzo, e con lui - che aveva organizzato le squadre di ricerca - setacciò i salti fino alla Nurra e alla Barbagia. Le donne fecero dire messa nelle chiese di Santa Sabina e della Madonna d’Itria, ma non arrivò neanche l’aiuto del cielo. Per un mese intero gli uomini di Silanus cercarono i due ragazzi e le vecchie sgranarono i loro rosari. Si sperò che gli innamorati fossero fuggiti, e si cercò di spargere la voce che sarebbero stati ben accolti qualora avessero deciso di tornare a casa. Ma era come se la terra si fosse aperta per inghiottire le loro anime. Arrivò così la notte del 31 dicembre. L’ultimo dell’anno toccava a Lorenzo guardare le pecore. Uscì di casa all’imbrunire e l’indomani, quando Antonio andò a dargli il cambio, non lo trovò. «Non cercatelo», fu l’avvertimento del vecchio Sebastiano. «Di questi tempi, in queste campagne, si trova soltanto mirto».

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