Diecimila ettari in fumo in Sardegna, ai primi di agosto, e purtroppo l’estate infuocata sarà ancora molto lunga. Settantamila ettari, equivalenti a circa centomila campi da calcio, in Italia nei primi sette mesi del 2026. E l’aumento rispetto la media degli ultimi venti anni è già del 133%.

Lo dice il Wwf nel suo ultimo report, “È stata la mano dell’uomo”, per chiedere un cambio di passo nella lotta contro i roghi e per la difesa del territorio. Le regioni più colpite sono, oltre alla Sardegna, la Calabria, la Campania, la Puglia, e la Sicilia.

Ma il fenomeno colpisce tutto il pianeta. Spagna e Francia a luglio hanno visto l’inferno in terra. In Spagna, nei primi sette mesi del 2026 ci sono stati 380 incendi per un totale di 219.000 ettari andati in fumo, una superficie cinque volte superiore alla media degli scorsi venti anni, ovvero un aumento del 390%. In Francia, invece, gli incendi sono finora 323 e gli ettari in fumo 91.000, 9 volte in più ovvero un aumento del 742% rispetto alla media degli scorsi due decenni. Ci sono stati decine di morti e centinaia di migliaia di persone che hanno dovuto temporaneamente abbandonare le loro case per motivi di sicurezza. In Grecia e Portogallo, rispettivamente 9.000 e 37.000 ettari sono andati in fumo, un dato nella media rispetto agli anni precedenti. Sempre in contesto europeo ci sono invece stati diversi roghi nel nord del Continente, ad esempio in Inghilterra e Galles, Paesi solitamente molto umidi e quindi con un rischio incendio molto basso.

Pensando al futuro purtroppo dalla ricerca scientifica non arrivano rassicurazioni – spiega l’associazione ambientalista - la previsione è che i cambiamenti climatici aumentino in modo sostanziale le condizioni meteorologiche favorevoli agli incendi estremi in tutti i Paesi euro-mediterranei, estendendo le aree classificabili “ad alto rischio”. In particolare, entro la fine del secolo le stagioni degli incendi potrebbero iniziare con oltre un mese di anticipo e protrarsi per diverse settimane in più, e se le temperature globali raggiungessero la soglia di +2 °C, anche l’Europa centrale e settentrionale diventerebbe più vulnerabile agli incendi boschivi.

Ma il quadro globale è altrettanto preoccupante. Affermare che il pianeta è “in fiamme” non è un’esagerazione: negli ultimi vent’anni, la superficie percorsa annualmente dagli incendi a livello mondiale è raddoppiata, e la tendenza continua a essere in costante crescita. Il Super El Niño fa aumentare il rischio di incendi soprattutto in Paesi come Perù, Bolivia, Brasile e Indonesia. E quando a essere colpite sono le foreste tropicali, gli impatti ecologici risultano ancora più gravi; infatti, a differenza delle foreste mediterranee dove il fuoco costituisce un elemento naturale del regime ecologico e molte specie hanno quindi sviluppato adattamenti che ne favoriscono la resilienza, gli ecosistemi tropicali non sono evoluti in presenza di incendi ricorrenti.

Nei giorni scorsi il premier della British Columbia, David Eby, ha dichiarato lo stato di emergenza nella provincia dopo che un violento incendio boschivo ha costretto 20.000 persone ad evacuare due località lungo l'Okanagan Lake.

Le cause dirette degli incendi boschivi sono prevalentemente di origine antropica: oltre il 95% degli incendi è infatti riconducibile, direttamente o indirettamente, alla mano dell’uomo. Una quota significativa è rappresentata dagli incendi dolosi, appiccati intenzionalmente per motivazioni diverse: arrecare danno, conflitti o vendette personali, interessi economici legati alla trasformazione dell’uso del suolo, manipolazione o altri comportamenti criminali.

Un’altra componente rilevante è invece costituita dagli incendi dovuti a negligenza, imprudenza o accidentalità, come l’abbandono di mozziconi di sigaretta, l’abbruciamento di residui agricoli senza adeguate precauzioni, l’utilizzo di barbecue o fuochi all’aperto in condizioni di rischio, e l’impiego improprio di fuochi pirotecnici. Solo una percentuale molto ridotta degli incendi ha invece un’origine naturale, principalmente dovuta alla caduta di fulmini.

Accanto alla causa che genera l’innesco, è fondamentale considerare i fattori predisponenti, ovvero gli elementi che determinano quanto facilmente un incendio possa svilupparsi e quanto rapidamente possa diffondersi. Tra questi, le condizioni climatiche: temperature elevate, periodi prolungati di siccità e ondate di calore, aggravate dai cambiamenti climatici in corso, riducono il contenuto idrico della vegetazione rendendola più secca e quindi maggiormente combustibile. In tali condizioni il fuoco può propagarsi più rapidamente e raggiungere intensità più elevate. Anche le caratteristiche morfologiche del territorio e la composizione della vegetazione rappresentano ulteriori elementi determinanti.

La situazione attuale dimostra che il sistema di contrasto non sta funzionando come dovrebbe. Il fatto che ogni anno si riveli peggiore del precedente ne è una conferma evidente – sottolinea il Wwf. Se oggi sono state Francia e Spagna a dover evacuare 300.000 persone, non significa che domani o il prossimo anno non possa toccare a noi. Dal 2017, l’anno più critico mai registrato in termini di incendi boschivi in Italia, i progressi sul fronte della prevenzione sono stati insufficienti. Al di là di una parziale revisione della normativa nazionale nel 2021 non si sono verificati cambiamenti sostanziali né a livello nazionale né nelle singole Regioni.

Secondo l’associazione, bisogna investire maggiormente nella prevenzione. I finanziamenti destinati alle misure di prevenzione degli incendi boschivi sono ancora troppo ridotti a livello nazionale, soprattutto se rapportati alle spese destinate alla soppressione dei roghi e al ripristino post-incendio. Investire nella prevenzione non vuol solo dire tutelare il patrimonio naturale, ma anche risparmiare il costo molto più elevato dei danni subiti che non possono comunque esse re mai completamente recuperati.

Bisogna integrare la prevenzione negli strumenti di pianificazione e governance del territorio. Parallelamente, è necessario assicurare un sistema sanzionatorio efficace, proporzionato e realmente dissuasivo, accompagnato da una maggiore capacità di accertamento delle violazioni. 

Rafforzare il coordinamento istituzionale e la partecipazione degli stakeholder. Regioni, Comuni, Enti gestori delle aree protette e dei siti Natura 2000, Vigili del Fuoco, Dipartimento della Protezione Civile, Carabinieri – Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari, università, enti di ricerca e gli altri soggetti con competenza in materia devono assicurarsi uno scambio tempestivo di dati e informazioni, la pianificazione congiunta degli interventi e una chiara attribuzione di responsabilità.

Assicurare una sorveglianza costante e capillare del territorio durante i periodi ad alto rischio. La sorveglianza può essere affidata a gruppi di volontariato, protezione civile e guardie ecologiche volontarie adeguatamente formate e organizzate.

Aumentare i divieti e le sanzioni per disincentivare atti dolosi e comportamenti irrazionali. Coinvolgere, informare e sensibilizzare le comunità locali.

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