Sessantun morti in più nei primi sei mesi del 2020: ecco come è cambiata la mortalità in Sardegna nell'anno del coronavirus. Nei giorni scorsi il Servizio statistiche della Regione ha pubblicato l'ultimo aggiornamento sull'andamento dei decessi, un monitoraggio avviato all'inizio dell'emergenza Covid sulla base dei dati raccolti ed elaborati dall'Istat. Il mese in cui è più netta la differenza col passato è quello di marzo, in cui è stato rilevato un aumento del 14,7 per cento rispetto alla media del quinquennio precedente (2015-2019). Nell'Isola, che fino a quel momento aveva visto una leggera diminuzione dei decessi (-1,1 per cento a gennaio e dati invariati a febbraio), si sono registrate 1.605 morti complessive, contro una media di 1.399. Un altro aumento ad aprile: più 8,1%, con 1.372 morti in un mese (1.268 il dato del quinquennio 2015-2019). Poi però il conto dei decessi ha iniziato a rallentare, addirittura calando del 9,4 per cento a maggio e del 9,7 per cento a giugno. Una frenata che gli esperti spiegano in vari modi. Primo il numero dei morti non è costante, ma registra sempre delle piccole variazioni. E questo è sempre successo, sia prima che dopo il Covid. Poi bisogna considerare altri fattori, come quelli legati al lockdown: da marzo a maggio gli incidenti automobilistici mortali sono calati fino al 70 per cento. Va poi ricordato un altro aspetto. "Si sottolinea che i comuni per i quali l'Istat rilascia i dati anticipatori non costituiscono un campione statistico dell'universo dei comuni italiani, ma un loro sottoinsieme più o meno rappresentativo a seconda del territorio", scrive il Servizio statistiche della Regione nella nota che accompagna i dati. "Per questo motivo occorre prestare la massima attenzione qualora le informazioni vengano analizzate a un livello territoriale diverso da quello comunale. I dati vanno considerati provvisori e soggetti a variazione con i prossimi aggiornamenti. La data di decesso si riferisce alla data di evento e non a quella di cancellazione anagrafica".

Di sicuro il virus ha lasciato e lascerà il segno, soprattutto nel resto della Penisola. Nel 2020 il Covid ha provocato un aumento di 48.849 morti e potrebbero diventare al termine dei dodici mesi 78.159. Se l'andamento delle morti di quest'anno dovesse quindi essere la regola, e non una variazione temporanea, questi sarebbero i tagli al patrimonio demografico del nostro Paese. L'elaborazione è dell'Istat, ed è stata presentata dal presidente Gian Carlo Blangiardo al Festival della Statistica e della Demografia. "Il patrimonio demografico", ha precisato Blangiardo, "è il totale di anni che, in un dato istante, una popolazione ha ancora davanti a sé sulla base della sua composizione per sesso ed età e delle aspettative di vita, distintamente per sesso, di ogni singola età". Lo studio statistico della popolazione consente di valutare, oggi, il patrimonio demografico dell'Italia. I 60 milioni e 245 mila residenti al primo gennaio 2020 avevano 2 miliardi e 379 milioni di anni-vita ancora da vivere e 2,7 miliardi quelli vissuti. Il bilancio del 2020 dovrebbe verosimilmente segnare, rispetto all'anno precedente, una perdita di 1,5 milioni di anni-vita, di cui 2/3 per minori nascite e 1/3 per maggiori morti. "Quello del 2021", ha concluso Gian Carlo Blangiardo, "presenta invece maggiori incognite. La perdita, per la parte dovuta ai nati previsti in 27mila in meno sul 2020, è valutata in 2,2 milioni di anni-vita. La perdita derivante dalla mortalità è soggetta all'evoluzione della pandemia, e può oscillare tra i 35 e i 54 milioni di anni-vita". Questo scenario porta l'Italia ai livelli della metà degli Anni Ottanta, pur disponendo oggi di 4 milioni di residenti in più.

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