Undici minuti tra le stelle possono costare anni di depressione? Pochi direbbero che ne vale la pena: e certo non sembra un prezzo che è disposta a pagare Amanda Nguyen, una delle sei donne protagoniste, il 14 aprile 2025, del primo volo spaziale tutto al femminile di Blue Origin, la navicella creata dal proprietario di Amazon, Jeff Bezos. Il 28 dicembre, oltre otto mesi dopo la missione, la scienziata e attivista vietnamita ha confessato in un post su Instagram l’abisso in cui è precipitata dopo quell’esperienza che rivestiva, per lei, una pluralità di significati positivi. Ma è stata invece travolta, ha detto, da “uno tsunami di molestie”.

Esperimenti ad alta quota 

Nel suo caso non si tratta, chiaramente, dei contraccolpi psicologici spesso descritti per gli astronauti, soprattutto quelli di ritorno da lunghe missioni nello spazio, confinati in ambienti ristrettissimi e in assenza di gravità, con gravi debilitazioni anche dal punto di vista fisico. Il viaggio di Nguyen e delle sue compagne (tra cui alcune celebrità come la cantante Katy Perry e la giornalista Lauren Sanchez, moglie di Bezos) è durato davvero una manciata di minuti. Appare in effetti piuttosto sproporzionata la stessa definizione di viaggio spaziale, anche se la navetta New Shepard della Blue Origin supera in effetti la linea di Karman, a 100 chilometri dalla superficie terrestre, considerata convenzionalmente come il confine tra l’atmosfera e lo spazio.

I voli organizzati da Bezos rappresentano, in effetti, una sorta di turismo per ricconi che vogliono ammirare la terra da un punto di vista decisamente esclusivo e sperimentare, per qualche minuto, la condizione di parziale assenza di peso data dalla microgravità.

Nguyen, che ha lavorato anche per la Nasa, ha comunque utilizzato quell’effimero salto nel cielo per condurre un piccolo esperimento sulla cura delle ferite in condizioni così particolari. Ma soprattutto, la sua presenza a bordo era la plastica rappresentazione di un riscatto sociale partito da molto lontano. Amanda Nguyen, 34 anni, è cresciuta negli Stati Uniti in una famiglia di rifugiati. “Nel 1969, quando Neil Armstrong metteva piede sulla luna, sul mio Paese cadevano le bombe”, ha ricordato, in riferimento alla guerra tra Stati Uniti e Vietnam. Ma anche nel suo mondo di adozione ha dovuto fare fronte alla violenza.

ANSA
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Jeff Bezos accoglie le donne del volo suborbitale Blue Origin dopo l'atterraggio

Quando era una brillante studentessa dell’università di Harvard, Nguyen fu stuprata. Un evento che la segnò profondamente e la spinse a dedicarsi all’attivismo. Nel 2014 ha fondato l’associazione Rise per la difesa delle vittime di violenze sessuali, e due anni dopo l’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha firmato la legge, approvata all’unanimità nei mesi precedenti dal Congresso, proposta proprio da Rise e sostenuta da una forte sottoscrizione online. Il provvedimento, tra le altre cose, dispone norme a tutela delle donne aggredite sessualmente e, prendendo le mosse proprio dal caso di Amanda Nguyen, allunga i tempi di conservazione delle prove ricavate da un kit dello stupro, anche in assenza di formale denuncia. La sua battaglia l’ha portata a essere candidata al Premio Nobel per la Pace nel 2019 e a essere nominata tra le “donne dell’anno” dalla rivista Time.

“Valanga di misoginia”

Eppure, il suo altissimo profilo di campionessa dei diritti civili non ha messo la giovane scienziata al riparo della rabbia social. Il volo di sole donne dell’aprile 2025 ha ricevuto un’enorme copertura mediatica: tra le decine di quelli organizzati da Bezos, forse solo il primo – nel 2021 – aveva avuto altrettanta eco. Ma questo ha anche amplificato le reazioni negative. Molti, in particolare, hanno criticato la missione per le folli spese provocate e l’impatto negativo sull’ambiente.

Lauren Sanchez, Katy Perry e le altre 4 donne vip sul New Shepard di Blue Origin (Instagram - Katy Perry)
Lauren Sanchez, Katy Perry e le altre 4 donne vip sul New Shepard di Blue Origin (Instagram - Katy Perry)
L'equipaggio femminile del Blue Origin del volo del 14 aprile 2025

Nguyen non è riuscita a liquidare le cattiverie con un’alzata di spalle. Forse si è sentita incompresa nel suo ruolo a sostegno dei diritti civili, oppure la vicenda ha risvegliato fantasmi interiori che il suo carattere forte aveva messo in sordina. Nella sua comunicazione di fine anno su Instagram, rivela di aver confidato alla giornalista Gayle King (un’altra delle sette astronaute) di temere che “la depressione possa durare anni”, parlando poi di “un sogno trasformato in un incubo”, e aggiungendo di aver visto tutto ciò per cui aveva lavorato negli anni “sepolto da una valanga di misoginia”.

Proprio l’enorme risalto mediatico, secondo la giovane attivista, ha fatto sì che “anche una piccola frazione di negatività” assumesse proporzioni “sconcertanti”, risolvendosi in “miliardi di reazioni ostili: un assalto che nessun cervello umano è preparato a sopportare”.

Nguyen ha descritto come nei giorni successivi al rientro non riuscisse ad alzarsi dal letto per una settimana. Un mese dopo, ha raccontato, non riusciva nemmeno a parlare senza scoppiare in lacrime quando un dirigente di Blue Origin l’ha chiamata.

A salvarla, ha spiegato Nguyen, oltre alla vicinanza della famiglia, è stata la sua comunità d’origine, il Vietnam. Gli amici di sempre, ma anche tanta gente comune che ha confortato e difeso dalle accuse la prima donna vietnamita nello spazio. Il post su Instagram è anche un ringraziamento a tutte le persone che l’hanno aiutata a sopportare le offese social, e si conclude con una nota di sollievo: “La nebbia del dolore si sta diradando. Ora posso dire a Gayle che non durerà per anni”.

La vicenda di Amanda Nguyen, in definitiva, non riguarda le imprese spaziali e neppure la scienza. È l’ulteriore conferma di come l’odio social possa colpire in profondità anche le anime apparentemente più strutturate. E precipitarle in un abisso da cui non tutti riescono a venir fuori.

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