La scienza ha tolto un altro alibi alla nostra pigrizia: per chi si pavoneggia da runner ma non ha mai avuto il coraggio di preparare una maratona, temendo chissà quali danni, arriva una ricerca che dimostra come, almeno per il cuore, non ci siano pericoli terribili. Si tratta di una preoccupazione abbastanza diffusa: anche chi è abituato a correre per qualche chilometro può legittimamente chiedersi se l’apparato cardiovascolare finisca in sofferenza, quando viene sottoposto a un’attività molto prolungata. A dire il vero, se l’erano chiesti a lungo anche i medici.

La buona notizia (buona per chi non accampa scuse, ovviamente) è che un nuovo studio, condotto per un decennio su 152 maratoneti amatoriali, esclude che la distanza più lunga tra le corse olimpiche produca modifiche sostanziali e definitive sul cuore. È stato pubblicato nel dicembre 2025 sulla rivista scientifica Jama Cardiology: a guidarlo, un’équipe di ricercatori provenienti dai centri di medicina sportiva delle Università di Zurigo e Monaco di Baviera.

Sforzo straordinario

Affrontare una maratona significa correre per 42 chilometri e 195 metri (e quei pochi metri finali, dice spesso chi ne fa esperienza diretta, sono più duri di tutto quel che li precede). I recordmen planetari della categoria arrivano al traguardo in due ore o poco più, ma i comuni mortali, quando sono in forma, di solito devono correre per almeno tre ore o tre ore e mezzo. Uno sforzo assolutamente fuori dall’ordinario, preceduto da un lungo programma di allenamento in cui, pur non correndo mai la distanza intera, ci si sottopone comunque a varie prove di lunga durata.

Alcuni studi precedenti, in particolare uno statunitense pubblicato nel 2012, avevano segnalato i potenziali effetti dannosi delle attività di endurance a carico del sistema cardiaco. Riconoscevano che la corsa comporta dei benefici per la salute, ma ipotizzavano che ci fosse una soglia – riferita alla distanza – oltre la quale lo sforzo diventa controproducente. La ricerca svizzero-tedesca invece tende ad assolvere le lunghe gittate, o perlomeno rileva che quella soglia, se esiste, non è collocata in corrispondenza del chilometro 42: magari potrebbe scattare nelle cosiddette ultramaratone, vere e proprie prove di sopravvivenza che possono arrivare anche oltre i 100 chilometri.

I risultati

I 152 atleti del campione (tutti tedeschi e, curiosamente, tutti maschi: eppure anche tra le donne ci sono tante maratonete), età media 43 anni, sono stati sottoposti a prelievi del sangue ed ecocardiogramma subito prima delle rispettive gare, e poi subito dopo: precisamente, il giorno successivo alla maratona e ancora altri due giorni dopo. I controlli sono stati poi ripetuti lungo i dieci anni dalla prova. È emerso, tra i vari dati, che subito dopo lo sforzo si registra una consistente caduta della cosiddetta frazione di eiezione del ventricolo cardiaco destro, ossia della quantità di sangue che viene pompata: uno dei parametri più rilevanti per l’efficacia del cuore. Ma già nella misurazione a tre giorni dalla gara i valori ritornano mediamente molto vicini a quelli di partenza. E nel monitoraggio dei dieci anni successivi risultano normali.

Un elettrocardiogramma sotto sforzo in una foto simbolo
Un elettrocardiogramma sotto sforzo in una foto simbolo
Un elettrocardiogramma sotto sforzo in una foto simbolo

Altra notazione di rilievo riguarda i livelli di troponina, una proteina che – quando aumenta nel sangue – viene generalmente interpretata come l’indizio diagnostico di un infarto o di un altro danno cardiaco. Nei runner, subito dopo una maratona, valori elevati di troponina si registrano costantemente, ma slegati da situazioni di sofferenza effettiva. Stando alla ricerca in questione, le due condizioni (rallentamento dell’eiezione ventricolare e picco di troponina) appaiono come conseguenze ordinarie della partecipazione a una maratona, ma del tutto temporanee e non preoccupanti, proprio perché destinate a rientrare nei ranghi in un tempo piuttosto breve. Senza lasciare tracce o problemi permanenti.

Naturalmente, come sottolinea David C. Gaze, docente di Chimica dell’Università di Westminster, riassumendo la ricerca sul magazine online di divulgazione scientifica The Conversation, i rischi non sono del tutto esclusi. Una corsa di decine di chilometri resta comunque uno stress notevole per il fisico, che richiede accurati controlli preventivi e una particolare attenzione a tutti i possibili segnali mandati dal cuore: dolori al petto, capogiri e così via. Quando accade qualcosa di simile durante una maratona, nota Gaze, spesso è perché lo sforzo ha svelato problemi preesistenti. Ma per un cuore sano in un fisico allenato, correre per 42 chilometri non sembra uno spauracchio. Ai runner pigri, per sottrarsi al richiamo della distanza olimpica converrà chiamare in causa il mal di schiena.

© Riproduzione riservata