Babbo Natale come “Su mortu mortu”: perché i bambini ricevono doni?
I regali delle feste di fine anno celebrano il rito in suffragio delle animePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Sono i bambini, anime candide, i sacerdoti della festa dei defunti. Bussano di porta in porta e chiedono un dono in nome delle anime, ricevendo dolci, frutta secca, agrumi e caramelle. Che dicano “Dolcetto o scherzetto”, mutuando l’usanza americana, “Su mortu mortu” di Nuoro, “Is paisceddas” di San Sperate, o “Su prugadoriu” di mezza Barbagia, fa lo stesso. La radice di quest’usanza è la stessa: si tratta di un rito in suffragio delle anime. Gli antropologi lo riconducono alla ricorrenza che segnava la chiusura del ciclo agricolo e l’avvio del nuovo. Una festa che evocava la benevolenza dei defunti in un momento dell’anno in cui ci si preparava a una ripartenza, meglio a una rigenerazione.
Il tramite con l’aldilà
Credenze antiche e diffuse in tutto il mondo, dall’Europa all’Oceania, all’America. Perché sono i bambini i protagonisti di questo rito? Perché venivano ritenuti creature con un fortissimo legame col mondo dei morti. L’ha spiegato bene Claude Lévi-Strauss, il più grande teorico dello Strutturalismo, nel suo godibilissimo saggio dal titolo “Babbo Natale giustiziato” (titolo originale: Le Père Noël supplicié), uscito nel 1952 sulla rivista Les Temps modernes e pubblicato in Italia da Sellerio. Una riflessione antropologica che prendeva spunto da un fatto di cronaca accaduto nel Natale del 1951 a Digione, dove il clero cattolico bruciò un fantoccio di Babbo Natale sul sagrato della cattedrale, davanti a centinaia di bambini, sostenendo che quella tradizione americana rischiava di cancellare il significato religioso del Natale.
Il rito di iniziazione
Nulla di più sbagliato. Secondo Lévi-Strauss, la figura del vecchio che porta i doni ai bambini, appunto di provenienza statunitense, riporta alle credenze dei popoli del Nord Europa, in base alle quali il dono ai bambini doveva tacitare le anime. Alla base c’è sempre un rito di iniziazione dei piccoli (i bambini credono a una finzione, crescendo scoprono la verità e entrano nel mondo degli adulti), con una struttura simile a quella delle società che dividono gli iniziati dai non iniziati (i bambini sono come i “morti”, gli adulti come i “vivi”), con i doni che fanno da scambio tra i due gruppi. C’è dunque una continuità con i riti antichi: Babbo Natale richiama i rituali del solstizio d’inverno, le feste dei morti e le cerimonie in cui i defunti tornano a portare doni ai vivi. Il Natale cristiano si sarebbe sovrapposto a questa base molto più antica, e il clero di Digione, bruciando il fantoccio, colpiva senza accorgersene un residuo pagano.
La tavola apparecchiata
La zucca con la candela accesa, la lanterna simbolo della notte di Halloween, comunque, la ricordano ancora gli anziani di molti centri della Sardegna, da Quartu Sant’Elena a Gadoni. Ma è un elemento della tradizione dell’Isola ormai scomparso, mentre resiste ovunque l’usanza della preparazione dei dolci di Ognissanti e la questua dei bambini che chiedono un’offerta per le anime.
Papassinos, ossos de mortu e pane cun sapa, i dolci tipici di questo periodo dell’anno preparati con l’uvetta, le mandorle, le noci e il concentrato di mosto d’uva o di fichi d’India. In Ogliastra, così come in diversi paesi dell’Oristanese e del Cagliaritano, veniva preparato anche un pane dolce, appunto del colore del mosto, che veniva servito a fette. Non è importante sapere cosa resta davvero dell’antica credenza per cui, nella notte del primo novembre, i morti tornano quaggiù. Certo è che ancora molte famiglie preparano la cena per le anime e lasciano la tavola apparecchiata di tutto punto come per la miglior festa. A Lula c’è un rito molto particolare: la confraternita delle anime prepara per nove giorni sos maccarrones de erritu (pasta di semola lavorata col ferro da calza) e li distribuisce col pane a tutte le famiglie del paese.
La questua nel paese
Con i dolci, un’usanza che accomuna tutta la Sardegna è la questua dei piccoli che bussano di casa in casa. Anticamente ricevevano frutti autunnali: mele, agrumi, castagne, noci e nocciole. Oggi caramelle e dolci. A San Sperate, paese di solide tradizioni contadine, è un’usanza mai interrotta. Qui si chiama is paisceddas ; mentre è su mortu mortu a Nuoro; petti coccone in Baronia ; e poi su pruadoriu, is animeddas, su pane ’e su toccu, su pane e su vinu, sos sonadores. In alcuni paesi, come Bitti (s’arina capute) e Orgosolo (sa candelaria ), questa tradizione viene spostata dal giorno dei defunti all’ultimo dell’anno. In Marmilla, in particolare a Villanovaforru, da ormai quindici anni si rievoca il rito di is doppiadoris: mentre le campane a morto risuonano in tutto il paese, i bambini bussano ai portoni e domandano: «Si fadeis is doppiadoris»?
