Addio a Tejera e al golpe spagnolo fallito miseramente
Il giorno della morte del colonnello coincide con quello della declassificazione dei documenti sul tentato colpo di Stato di Madrid nel 1981: il ruolo del re e di tre protagonisti esaltati dallo scrittore Javier CercasPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
La morte di Antonio Tejero chiude simbolicamente un’epoca della storia spagnola. Il tenente colonnello della Guardia Civil che il 23 febbraio 1981 entrò armato nella Camera dei Deputati spagnola, al grido di «¡Quieto todo el mundo!» se n’è andato a 93 anni, il 25 febbraio, proprio nel giorno in cui il governo ha declassificato una parte consistente dei documenti ufficiali relativi a quel tentativo di colpo di Stato passato alla storia come 23-F. Una coincidenza che restituisce alla memoria collettiva uno degli istanti più fragili e decisivi della giovane democrazia iberica nata dopo la “Transizione post-franchista”.
I documenti
La pubblicazione dei nuovi documenti, annunciata come un atto di trasparenza e di “riparazione storica”, avvenuta sempre in questi giorni, contribuisce a chiarire zone d’ombra che per decenni hanno alimentato sospetti e narrazioni parallele e che hanno avuto come epicentro lo stesso re Juan Carlos. Le carte confermano il ruolo centrale dei congiurati militari, le ambiguità di alcuni apparati e, soprattutto, ribadiscono che l’intervento televisivo di Juan Carlos I fu determinante per isolare i golpisti. Il re, in uniforme da capitano generale, parlò alla nazione nella notte tra il 23 e il 24 febbraio, ordinando alle forze armate di rispettare l’ordine costituzionale. Quel messaggio segnò la fine del golpe e consolidò, almeno per una stagione, l’immagine del sovrano come garante della democrazia.
Il racconto
Eppure, come ha magistralmente raccontato Javier Cercas nel suo libro “Anatomía de un instante”, la verità storica non si esaurisce nei fatti, ma vive nelle posture, nei gesti, nelle scelte individuali che diventano simbolo. Le storie dei protagonisti si intrecciano e ci permettono di raccontare a fondo quel che accadde attraverso gli occhi, le emozioni e le scelte dei protagonisti di allora. Cercas parte da un’immagine televisiva, un fermo immagine: mentre Tejero e i suoi uomini sparano in aria e ordinano ai deputati di gettarsi a terra, quasi tutti obbediscono. Quasi. Tre uomini restano seduti ai loro posti: Adolfo Suárez, Santiago Carrillo e Manuel Gutiérrez Mellado. È su quell’istante che si costruisce il racconto dello scrittore spagnolo.
I protagonisti
Adolfo Suárez, presidente del governo dimissionario, era stato l’architetto politico della Transizione. Ex dirigente del Movimiento franquista, nominato premier nel 1976 proprio dal re, aveva guidato con pragmatismo e coraggio il passaggio dalla dittatura alla democrazia: legalizzazione dei partiti, inclusi i comunisti; legge per la riforma politica; Costituzione del 1978. Uomo di apparato divenuto riformatore, Suárez era però arrivato al 1981 politicamente isolato, logorato da tensioni interne al suo partito e dalla pressione di settori militari ostili alle trasformazioni in atto. Quando i colpi di arma da fuoco risuonarono nell’aula del Congresso, restò immobile, quasi impassibile. Per Cercas quel gesto non è eroismo teatrale, ma coerenza: l’uomo che aveva incarnato la legalità costituzionale non poteva riconoscere altra autorità che quella delle istituzioni democratiche.
Accanto a lui, Santiago Carrillo, segretario del Partito comunista spagnolo. Figura controversa e centrale del Novecento iberico, Carrillo era stato dirigente nella guerra civile, poi esule durante il franchismo, infine protagonista del cosiddetto “eurocomunismo”, la linea (sposata in Italia anche dal nostro Enrico Berlinguer) che accettava il pluralismo e la monarchia parlamentare. La legalizzazione del Pce nel 1977 era stata uno dei passaggi più rischiosi della Transizione, e Carrillo aveva scelto la via del compromesso, persino rispettando la bandiera monarchica. Anche lui, quel pomeriggio, rimase seduto, fumando. Per Cercas quel gesto racchiude la parabola di un rivoluzionario che aveva deciso di difendere un sistema che fino a pochi anni prima avrebbe combattuto. Restare al proprio posto significava accettare fino in fondo le regole del gioco democratico.
Il terzo uomo, Manuel Gutiérrez Mellado, è forse il più emblematico. Generale dell’esercito, vicepresidente del governo, aveva promosso la subordinazione delle forze armate al potere civile, riformando un’istituzione ancora impregnata di nostalgia franchista. Quando Tejero fece irruzione, Mellado si alzò e affrontò fisicamente i golpisti, cercando di imporsi con l’autorità del grado. Venne strattonato, spinto, umiliato. Eppure non cedette. In quell’atto c’è, secondo Cercas, la rappresentazione plastica del conflitto tra due Spagne militari: quella che accetta la democrazia e quella che tenta di rovesciarla.
Fine di un’epoca
La morte di Tejero riporta al centro anche la figura del capo dei golpisti. Ex combattente in Sahara, nostalgico dell’ordine autoritario, era convinto di agire per salvare l’unità e la stabilità del Paese, minacciate – ai suoi occhi – dal terrorismo dell’Eta (i separatisti baschi), dalla crisi economica e dalla frammentazione politica. Condannato a trent’anni di carcere per ribellione militare, ne scontò una quindicina prima di essere liberato negli anni Novanta. Non mostrò mai pentimento. La sua parabola personale resta quella di un uomo che non comprese – o non accettò – il cambiamento storico in atto.
Le carte declassificate aggiungono dettagli, sfumature, forse nuove responsabilità. Ma il cuore del 23-F resta in quell’istante cristallizzato dalle telecamere e nella fermezza del re, che forse i golpisti sottovalutarono e che ora riaffiora nella sua piena verità dalle carte. La storia, suggerisce Cercas, non è fatta solo di complotti e documenti segreti, ma di decisioni individuali prese in pochi secondi. Tre uomini seduti mentre tutti si gettano a terra: un presidente logorato ma fedele alla legalità, un comunista divenuto riformista, un generale che difende la supremazia civile sull’esercito.
Con la scomparsa di Tejero, il protagonista negativo di quella giornata, e con l’apertura degli archivi, la Spagna torna a interrogarsi su quel passaggio cruciale. Se il golpe fallì, non fu soltanto per un discorso televisivo o per l’isolamento dei congiurati, ma perché una parte decisiva delle élite politiche e militari aveva scelto, definitivamente, la democrazia. E quell’istante, analizzato e dissezionato da Cercas, continua a raccontarlo meglio di qualsiasi documento.
