Confermando buona parte dei pronostici, “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson trionfa all’ultima edizione degli Oscar, portando a casa ben sei statuette su tredici candidature, tra cui quelle per il miglior film, la miglior regia, la miglior sceneggiatura non originale e quella conferita a Sean Penn come miglior attore non protagonista. Dopo anni di titoli indimenticabili e un contributo al settore che possono vantare solo pochi altri veterani, finalmente l’Academy riconosce formalmente al cineasta il titolo che gli spetta: quello di uno tra i più incisivi e visionari autori cinematografici dell’ultimo trentennio, con una risonanza culturale paragonabile a giganti del calibro di Martin Scorsese.

Ispirandosi al romanzo “Vineland” di Thomas Pynchon - dopo aver già adattato un suo testo nel precedente “Vizio di forma” - Anderson osserva uno spaccato degli anni ’70 negli Stati Uniti per rispecchiare quasi profeticamente la società in cui viviamo oggi. Le vicende ruotano attorno al personaggio di Bob Ferguson, un ex rivoluzionario ritiratosi a vita privata che darà inizio a una caccia disperata per ritrovare la figlia scomparsa. In una geniale sintesi di road movie, thriller e commedia, vedremo comparire una nutrita schiera di personalità eccentriche che andranno a definire il conflitto tra le minoranze etniche e i suprematisti bianchi.

A fronte di questo sensazionale risultato, colpiscono ancora di più, a posteriori, gli ostacoli che fortunatamente non hanno impedito al film di raggiungere la vittoria: dalla sua natura fortemente schierata sul fronte politico - e pertanto destinata a scatenare più di qualche polemica - al travagliato periodo di gestazione, che ha portato Warner Bros., in diverse occasioni, a temere l’esito di un flop commerciale. Ciò, soprattutto, dopo un considerevole investimento di ben 210 milioni di dollari, il budget più alto mai speso fino a oggi per una pellicola di Anderson.

Sempre con il suo carattere umile, esprimendo felicità per essersi confrontato con professionisti di così alto livello, il director ha dichiarato nel suo discorso: «Mi avete fatto lavorare sodo per uno di questi premi! Condivido questo riconoscimento con un mio amico che è lontano dai riflettori. Si chiama Adam, si sta gustando un gin tonic ed è felicissimo per me e per tutta la troupe. Voglio ringraziare l'Academy per aver ritenuto il mio lavoro degno di questo altissimo riconoscimento. E ai miei compagni di nomination: Chloé, Ryan, Joachim e Josh, non avrei potuto chiedere di meglio. È un onore essere affiancato a voi. Ci sarà sempre un po' di dubbio nel cuore sul fatto di meritare questo premio, ma non c'è dubbio sulla gioia che provo».

E poco dopo, conscio di quanto il successo di un film dipenda in particolare dall’efficace collaborazione di un team, ha aggiunto: «Sono qui grazie alla fiducia che le persone ripongono in me, a coloro che mi dedicano il loro tempo, e questa è la parte migliore dell'essere in una troupe cinematografica: stare con le persone. Abbiamo bisogno l'uno dell'altro. Questo è un dono meraviglioso e sono felicissimo di poter chiamare il cinema casa mia. È davvero fantastico. Grazie di cuore».

Come accennato, la qualità e l’eco riscosse da “Una battaglia dopo l’altra” sono riuscite a surclassare le critiche, alcune provenienti anche da una fetta di conservatori americani. Tra questi, lo scorso anno, si è espresso lo scrittore Ben Shapiro che, aspettandosi la candidatura del film agli Oscar, aveva dichiarato in proposito: «Si possono trovare delle scuse, ma fondamentalmente il film è un'apologia del terrorismo radicale di sinistra, ecco cos'è. Ha la sottigliezza di un mattone... L'idea di base è una teoria del complotto in cui gli Stati Uniti sono governati da nazionalisti cristiani suprematisti bianchi e tutte le persone di colore e qualche simpatico compagno di viaggio incompetente come il personaggio di DiCaprio affronteranno l'intero sistema. E quel sistema deve essere affrontato a scapito della famiglia, dell'amicizia, della decenza, della fondamentale capacità umana di successo […]».

Riaperta la questione, a cerimonia conclusa, da parte degli intervistatori, Anderson ha replicato nel merito: «Conosco un po' di quelle critiche. So che abbiamo rappresentato molti personaggi diversi, imperfetti. È complicato. Abbiamo sempre saputo che stavamo cercando di realizzare qualcosa di complesso. Sapevamo che non stavamo realizzando qualcosa di non eroico, e dovevamo abbracciare questo aspetto».

Alla domanda ancora più esplicita di una giornalista sul significato del film, il regista ha chiarito: «Il nostro film presenta ovviamente alcuni parallelismi con ciò che accade quotidianamente nelle notizie, quindi riflette chiaramente ciò che sta succedendo nel mondo. non so dove stiamo andando, ma so chiaramente che alla fine la protagonista continua a combattere contro le forze del male e penso, come ho detto nel mio discorso, che almeno bisognerebbe far tornare di moda il buon senso e la decenza».

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