Padre Salvatore Morittu, francescano dell’Ordine dei Frati Minori, ha appena festeggiato gli 80 anni (lo scorso 29 settembre). È un religioso del fare che ha costruito solidi ponti di solidarietà, dialogo e aiuto concreto con chi è finito nel vortice delle dipendenze. In sintonia con i Frati Minori ha fondato l’associazione Mondo X- Sardegna, che gestisce le comunità di San Mauro a Cagliari e di S’Aspru nelle campagne di Siligo, e la Casa Famiglia Sant’Antonio Abate di Sassari per offrire nuove prospettive di vita ai tossicodipendenti e curare i malati di Aids, uomini e donne ai margini della società, i “cavalli zoppi”.

Francesco iniziò la sua conversione abbracciando un lebbroso, uno degli scartati del suo tempo. Chi sono i lebbrosi che ha incontrato nelle sue comunità?

L’incontro con il lebbroso fu decisivo per Francesco. Lo afferma lui stesso nel Testamento: prima venne quell'incontro, poi il Crocifisso di San Damiano che gli parlò. Francesco comprese che la fede e il cambiamento radicale della sua vita erano cominciati proprio da quell’abbraccio, dall’obbedienza al povero e, insieme, dall’obbedienza a Dio. Nella Sardegna degli anni Settanta le persone dipendenti dalla droga erano poco conosciute e, per quel poco che se ne sapeva, considerate una realtà da evitare. I loro comportamenti e le loro condizioni di vita apparivano incomprensibili: erano davvero paragonabili ai lebbrosi del tempo di Francesco. Poi, nel gennaio del 1985, in comunità, incontrammo un ragazzo affetto da una patologia che avremmo scoperto essere l’Aids. La paura diventava ancora più forte, perché la malattia toccava due dimensioni essenziali: il sangue, segno della vita, e la sessualità, segno dell'amore. Ciò che dovrebbe dare vita e amore portava invece alla morte. L’incontro con quei giovani è stato per me un ulteriore dono: ha allargato il mio sguardo.

Che cosa ci dice oggi Francesco?

Ci pone una domanda molto concreta: che cosa facciamo quando incontriamo un'umanità sfigurata dalla sofferenza? Possiamo spronare il cavallo, cambiare strada e guardare dove il lebbroso non c'è. È il grave male dell'indifferenza: fissare il centro e non vedere i margini. Oppure possiamo fare come Francesco: scendere da cavallo, metterci davanti a quella persona, non sfuggirla, toccarla e prendercene cura. Il Crocifisso di San Damiano gli confermò che doveva diventare un costruttore apparentemente di chiese, in realtà di uomini feriti e frantumati. In Francesco il sentimento umano provato davanti al lebbroso si unisce alla fede nel Cristo povero e crocifisso.

Ci sono anche povertà meno visibili?

Certamente. L’incontro con il lebbroso, con la persona dipendente e con il malato di Aids allena lo sguardo a riconoscere altre povertà: quelle che l’uomo porta nel cuore. Penso al desiderio di “possedere”: possedere una persona, il denaro o la tecnologia. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma il possesso. Questi atteggiamenti rivelano povertà che non indossano gli abiti della miseria, ma abitano l’interiorità. Le persone incontrate nelle comunità mi hanno reso, grazie a Dio, più attento anche a queste forme nascoste di fragilità.

Quando ha sentito il richiamo del santo di Assisi?

Sono nato a Bonorva, a cinquanta metri dalla chiesa e dal seminario dei frati, dentro una realtà profondamente francescana. Eppure il Francesco della mia infanzia e adolescenza era ancora racchiuso in una cornice tradizionale, come il cristianesimo che avevo ricevuto, a tratti anche un po’ bigotto. Negli anni del liceo, quando indossavo da poco il saio, fui raggiunto da due grandi scosse: il Concilio Vaticano II e il Sessantotto. Mi fecero scoprire un Francesco capace di guardare non soltanto al centro, ma soprattutto alle periferie.

Come è cambiato il grido di aiuto dei giovani dagli anni Ottanta a oggi?

È molto cambiato. Oggi incontriamo povertà diverse e sempre più complesse. Dobbiamo imparare a riconoscerle, comprenderle.

Ricorrono gli ottocento anni dalla morte di Francesco. Come evitare una celebrazione soltanto accademica o museale?

Una ricorrenza può costruire molte cornici e finire per nascondere il quadro. Il rischio esiste, ma è anche un'opportunità per dire chi è Francesco oggi. È l’uomo che si spoglia per scoprire ciò che conta davvero, è un maestro nell’arte del dialogo, capace di presentarsi disarmato davanti a chiunque.

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