Un amaro orgoglio: l’intervento dell’8 gennaio 2026
Di Ciriaco OffedduE ora che ci siamo lasciati alle spalle le feste, con le loro gioie e i loro struggimenti; ora che il 2026 si affaccia nelle nostre vite e ci troviamo ad affrontare un percorso che, a parole, ci auguriamo nuovo e migliore; ora è il momento di pensare – senza retorica – a tutti i sardi sparsi per il mondo. A chi non è potuto tornare, a chi sta lottando in terra “anzena” per costruirsi un futuro, a chi, finite le feste, è dovuto ripartire con il cuore pesante.
Si fa presto a dire che i giovani debbano sentirsi innanzitutto europei e protagonisti. Si fa presto a dire che tutti dobbiamo diventare cittadini del mondo, che il pianeta è ormai piccolo e connesso. Ma è davvero così? Resta il fatto che, nelle pieghe più recondite dei territori d’oltremare, nelle periferie come nei quartieri frenetici delle metropoli, nei paesi dimenticati o nelle università più prestigiose, ovunque si incontrano sardi. E tutti sono fieri di esserlo. È un orgoglio spesso amaro, a volte attraversato dalla rabbia. Eppure nessuno ha mai abiurato a quel sentimento di appartenenza che, come una sorta di condanna a vita, è inscritto nelle nostre cellule, nel nostro Dna.
Solo l’anno scorso ne ho incontrati a centinaia. E ogni volta, superati i primi imbarazzi, si è ripetuto un piccolo miracolo: quello di ritrovarci idealmente tutti attorno a un caminetto, a raccontarci storie e sogni di Sardegna. Perché noi siamo rimasti lì – ed è bello, ma è anche il segno dei nostri limiti – a custodire una comunicazione prevalentemente orale, a consumarci nella nostalgia del passato, a continuare, purtroppo, a dare fiducia a chi ci governa, piegando il capo in una resilienza passiva, senza mai ribellarci davvero.
Perché accade tutto questo? Condivido quanto scrive il professor Silvano Tagliagambe: l’Europa ha compiuto un parricidio devastante, “ha cioè sacrificato all’oblio quello che è l’autentico luogo da cui nasce la sua civiltà e la sua cultura: il Mediterraneo”. Dopo millenni, l’Europa ha cancellato la centralità, la storia e le radici del Mediterraneo, condannando l’Italia a occupare il ruolo di confine periferico del profondo sud e marginalizzando definitivamente la Sardegna.
La civiltà sarda, che fu di fatto al centro del mondo e che oggi sopravvive come museo a cielo aperto, rimane afona, inutilizzata come un rumore di fondo. Negata e svilita, spesso, da noi stessi. Questa ricchezza immensa, anziché diventare motivo di fiducia e di autostima, “si è trasformata in motivo di depressione e di inazione, come hanno mostrato Nereide Rudas, Placido Cherchi e altri studiosi”.
Negli oltre sessanta incontri pubblici che ho tenuto nel 2025, questa “nostalgia immobile” si è manifestata in tutto il suo portato negativo, pur restando poetica, toccante e profondamente umana. Siamo orgogliosamente sardi, ma questo orgoglio appare come un destino, non certo un trampolino o una sfida.
Paradossalmente, le domande più puntuali sono arrivate da tre giovani senegalesi che, durante una serata a Luogosanto, hanno partecipato al dibattito. “Perché la Sardegna non decolla? Perché non trova la sua strada?”, hanno chiesto. E si sono risposti così: “Perché la politica è inadeguata. Ignora i problemi reali e quotidiani delle persone e non conosce nemmeno il modo di risolverli. È la politica stessa a creare i problemi”.
Questa constatazione è la prima causa della perdita di fiducia e di autostima dei sardi. La nostra politica non è solo priva di visione: è quotidianamente produttrice di complicazioni e disastri. Basta leggere le cronache sulla sanità o, per restare in tema di emigranti, sui trasporti e la continuità territoriale, per rendersi conto che chi governa non possiede un pensiero politico solido né una vera progettualità, ed è spesso ignaro del come si fanno le cose. Con il risultato di arrecare danni che paghiamo oggi e pagheranno le generazioni future.
Ciriaco Offeddu