Il primo inverno si vede quasi sempre da lontano, parlo per esperienza personale. Ha la luce dei film nostalgici, il camino acceso, il valore aggiunto del silenzio, di una passeggiata, di un libro. È il secondo inverno che decide, quando la novità è finita e resta soltanto da sapere se, avendo bisogno di un medico, qualcuno risponde. Se nella nebbia è visibile la striscia di mezzeria. Se l’acqua manca per un guasto improvviso o per un malfunzionamento di decenni, mai risolto. Se le promesse elettorali si concretizzano o restano annunci ai filistei.

La Sardegna non combatte lo spopolamento. Usa solo la leva dell’attrazione emotiva: campagne che promettono tempo, spazio, bellezza, tutti doni di Dio e non meriti di chi governa. Sono scelte comprensibili, talvolta utili, ma partono da un equivoco pesante: credere che una scelta di vita si compri come una scelta di consumo, come una vacanza. Chi sposta la propria esistenza in un luogo non lo fa per uno sconto, per un bonus, ma perché immagina che lì, un martedì mattina qualunque, le cose funzionino come devono funzionare.

Ed è qui che il racconto si incrina. Un nuovo arrivato supera in poco tempo cinque esami che nessun incentivo può truccare. La casa: se si trovano affitti in buone condizioni e a prezzi ragionevoli, o se tutto il ristrutturato è destinato ai turisti. La salute: se il medico di base c’è o va implorato, e quanti assistiti ha; se il pediatra esiste; quanto dista il pronto soccorso, quanto si aspetta per una Tac, quali reparti sono consigliabili e quali no.

La scuola: se l’asilo funziona; se la classe dei figli esiste ancora o è stata accorpata a trentadue chilometri di curve; se i professori ci sono e restano e non sono depressi. La mobilità: se c’è un treno o una corriera, se servono davvero, e quanto costa a una famiglia non averli. E la burocrazia, in tutti i sensi, Giustizia compresa: se una pratica si chiude in giorni, si smarrisce in mesi o matura in anni. Chi viene da fuori confronta, e il confronto con altri posti non fa sconti, perché non si bada al pacchetto iniziale, all’emozione dello sbarco, ma all’andare avanti.

Nel linguaggio di chi ha gestito aziende, la Sardegna non ha un problema di vendita, perché attira molto, ma di fidelizzazione. E tuttavia si spende per portare il cliente alla porta e quasi nulla perché non esca subito da quella opposta. Nessun business plan regge se il prodotto si scopre al secondo inverno, dopo aver firmato le cambiali. C’è poi un effetto più sottile e più inquietante. Se i servizi funzionano male – e un’inversione di rotta proprio non si vede, il degrado sta aumentando – a venire saranno soprattutto quelli che dei servizi hanno meno bisogno: chi lavora da remoto con redditi alti e si cura privatamente, chi ha una seconda casa e la abita per qualche mese, chi può permettersi un’isola senza pretendere che sia attrezzata.

Non chiedono una casa, né una scuola, né un ufficio informazioni o un ambulatorio. E così la domanda che dovrebbe giustificare i servizi non si forma, e questi continuano a ridursi. Il paese si anima, in un certo senso e per un tempo limitato, di persone che non lo tengono in vita. È ciò che vedo, e andrebbe confermato dai numeri, ma chi conosce l’isola non lo trova stravagante.

Nuovi medici in Sardegna? Nuovi tecnici per le industrie e per il grande sogno dell’ET? Nuovi piloti per le nuove rotte? Troviamo loro casa, scuole e servizi, se siamo capaci. E prima ancora di chiederci chi voglia e possa arrivare, dovremmo chiederci perché non tornino i sardi che sono partiti – e perché continuano oggi a partire. Conoscono la Sardegna, non hanno paesaggi da scoprire. Se anche loro restano lontani, certo pieni di amore e di nostalgia, la risposta è già data. La politica di ripopolamento non porta nomi né decreti: è un martedì ordinario che funziona. Il resto è decorazione.

Ciriaco Offeddu

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