L’incredibile caso Pike: l’intervento del 13 ottobre 2026
Di Leonardo FilippiLa vicenda di Christa Pike, la donna americana condannata a morte in Tennessee nel 1996 per l’omicidio di una coetanea, commesso quando aveva appena 18 anni e sopravvissuta a due tentativi di esecuzione, sta scuotendo l’opinione pubblica mondiale. Prima che le venisse somministrata una terza dose, dopo le due flebo di Pentobarbital che avrebbero dovuto ucciderla, il governatore dello Stato è intervenuto per sospendere l’esecuzione, disponendo il ricovero della donna in ospedale e bloccando tutte le altre esecuzioni previste nello Stato fino alla fine dell’anno. La condannata ora è cosciente e parla, ma la prognosi è incerta e la condannata non è fuori pericolo e potrebbero volerci settimane o mesi per valutare le reali conseguenze e l'eventuale ripristino delle sue capacità mentali.
Anche in passato si sono verificati negli Stati Uniti analoghi casi. Il precedente storico più famoso è quello di Willie Francis, soprannominato “il ragazzo che morì due volte”, un diciassettenne della Louisiana condannato nel 1946 alla sedia elettrica. Ma quando l’interruttore venne attivato, la sedia non sprigionò abbastanza potenza a causa di un’errata installazione da parte di un operatore ubriaco. Fu riportato in cella e i suoi avvocati si appellarono alla Corte Suprema sostenendo che un secondo tentativo avrebbe violato il divieto, posto dall’ottavo Emendamento, di “pene crudeli e inusitate”.
Ma la Corte respinse il ricorso e Willie Francis fu giustiziato un anno dopo.
Più di recente si sono verificati altri due casi, quello di Romell Broom nel 2009 e di Alva Campbell nel 2017. In entrambi i casi, avvenuti in Ohio, i boia tentarono per oltre due ore di trovare una vena adatta per l’iniezione letale, pungendo i condannati decine di volte senza successo, per cui le esecuzioni vennero drammaticamente interrotte. Broom morì anni dopo in carcere per cause naturali prima che lo Stato potesse riprovare, mentre Campbell morì di malattia pochi mesi dopo il tentativo fallito.
Ora la vicenda di Christa Pike sta scatenando una bufera, e non solo negli States. I suoi difensori, sospettando che il Pentobarbital fosse scaduto, si sono rivolti al tribunale per ottenere la conservazione di tutte le prove relative all’esecuzione fallita e hanno chiesto al Governatore di commutare la condanna a morte nell’ergastolo.
Sul piano giuridico, sappiamo che negli Stati Uniti d’America la pena di morte è ammessa in quanto il Quinto Emendamento del 1791 alla Costituzione del 1787 stabilisce che nessuno può essere «privato della vita, della libertà o della proprietà, senza un giusto processo», ammettendo in questo modo, sia pure indirettamente, la pena capitale purché pronunciata nel “due process of law”.
D’altra parte l’Ottavo Emendamento, pure del 1791, vieta le pene «crudeli e inusitate» e la Corte Suprema ha interpretato questo articolo non come un divieto della pena di morte, ma come un limite alle modalità di esecuzione e alle categorie di persone condannabili, dichiarando, negli anni, incostituzionale l’esecuzione nei confronti delle persone non in grado di comprendere il significato della pena, come i minori e quelle con disabilità intellettive.
Ora si verifica il paradosso che il boia di Stato non è riuscito a eseguire la condanna a morte, e lo Stato deve curare la condannata per tentarne nuovamente l’esecuzione. Ma i tentativi falliti hanno già procurato alla condannata una pena “crudele e inusitata” e lo Stato potrebbe essere citato in giudizio per il risarcimento del danno arrecatole con l’esecuzione fallita.
Soprattutto, l’Ottavo emendamento consente la pena di morte solo nei confronti di chi è in grado di comprenderne il significato, perciò si deve attendere che la condannata si riprenda completamente, per poterla giustiziare. Intanto, la Corte suprema potrebbe riconoscere che il fallito tentativo di esecuzione della pena di morte ha provocato alla condannata una pena «crudele e inusitata» e quindi, essendo contrario all’Ottavo Emendamento, vietarne la ripetizione.
Non resta che augurarsi che, tra i giudici della Corte suprema, prevalga il buon senso, commutando la pena di morte nell’ergastolo. Sarebbe un primo passo verso l’abolizione della pena capitale, indegna di un Paese civile.
Leonardo Filippi