Oro, perché sale il prezzo: l’analisi del 11 febbraio 2026
Di Alberto MingardiOggi un’oncia d’oro viene scambiata a circa 5.000 dollari. Un anno fa il suo prezzo era sotto i 3.000. Il metallo giallo è considerato il bene rifugio per eccellenza: il suo prezzo, cioè, risponde alle aspettative di incertezza e soprattutto di inflazione. Sale perché c’è chi scommette che le banche centrali non riusciranno ad assicurare una valuta stabile. Il perché non riescano a farlo è abbastanza ininfluente: può essere che scelgano autonomamente di rispondere al raffreddarsi dell’attività economica abbassando i tassi d’interesse, può darsi che vengano strattonate dalla politica.
Nessuno ha la sfera di cristallo: è difficile dire se la fase di rincorsa dei prezzi dell’oro sia ormai terminata. In gioco ci sono molti fattori. Da una parte c’è una ricerca generale di alternative al dollaro. Nessuno pensa che un’altra moneta internazionale possa sostituirsi alla valuta americana dall’oggi al domani. Tutti sono disponibili a farsi pagare in dollari. Tutte le commodities (dal petrolio alle terre rare) sono, per questo motivo, quotate in dollari. Ciò è anche una conseguenza del fatto che la globalizzazione è stata sin qui “a trazione americana”. Con Trump, che ha ripristinato l’uso dei dazi come arma in una sorta di guerra commerciale latente e perpetua, le cose sono cambiate. Per gli stessi istituti d’emissione acquistare oro oggi significa tutelarsi contro le incertezze del quadro internazionale.
E ciò anche se le banconote non sono “pagabili a vista al portatore”, cioè convertibili in metallo prezioso, da più di un secolo.
D’altra parte, a guidare questo ciclo positivo dell’oro è soprattutto l’aspettativa di nuovi rilassamenti della disciplina monetaria. Ciò è in parte dovuto, appunto, alla direzione in cui i governi provano a “spingere” le banche centrali. Trump vorrebbe un abbassamento dei tassi per stimolare l’economia americana. In Europa, gli industriali vorrebbero un euro più debole per sostenere le esportazioni e i politici si fanno interpreti di tale desiderio. Ci sono quindi dei fattori di breve termine che ci inducono a pensare che euro e dollaro tenderanno a ridurre il proprio valore, negli anni a venire.
C’è poi l’elefante nella stanza. Nei paesi OCSE il debito degli Stati era in media intorno al 90–95% del PIL nel 2011, è salito ben oltre il 110% nel 2020 per l’effetto Covid, ed era ancora circa al 110,5% nel 2023: quindi ben più alto rispetto al decennio precedente, nonostante il rientro post‑pandemia.
Nell’Eurozona, il rapporto debito/PIL era in media circa l’87% nel 2011; è salito oltre il 100% nel 2020 e nel 2024 è ancora intorno all’88–89%, quindi sopra i livelli pre‑crisi, con molti grandi paesi (Francia, Spagna, Italia, Belgio) oltre il 100%. La grande novità di questi anni sono gli Stati Uniti: il debito federale è passato da poco più del 95–100% del PIL nella prima metà degli anni 2010 al 124% nel 2024. La tendenza non si è esaurita col picco pandemico.
Come si esce, di solito, da una situazione di elevato debito pubblico? Con l’inflazione. Una moneta inflazionata consente allo Stato di ripagare i suoi creditori dando loro meno di quanto gli spetterebbe. L’inflazione risulta più accettabile al cittadino-elettore di quanto non sarebbero imposte straordinarie (patrimoniali o d’altro tipo), perché i più non la associano direttamente a un’iniziativa della politica.
Che l’esplosione dei debiti pubblici preluda a una fase d’inflazione è praticamente una “regolarità” del secolo scorso. La dinamica dell’oro ci suggerisce che in molti sono convinti che la storia, se non si ripete, almeno si assomiglia. A “pomparne” il rialzo concorre anche il fatto che le criptovalute, in particolare Bitcoin, che dovevano essere beni rifugio 2.0, hanno avuto invece una performance molto simile a quella dei titoli azionari.
Forse a frenare la corsa dell’oro sarà il nuovo presidente della Fed nominato da Trump, Kevin Warsh: che è politicamente affine all’inquilino della Casa Bianca ma aveva molto polemizzato contro quantitative easing e tassi bassi. La credibilità, per un banchiere centrale, è tutto. Vedremo se la credibilità di Warsh riuscirà a rafforzare il dollaro e ridimensionare l’appetito per beni rifugio.
Alberto Mingardi
Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”