Le manifestazioni antigovernative in Iran e la loro dura repressione hanno caratterizzato le prime settimane del 2026. La crisi della Repubblica Islamica dell’Iran viene da lontano, tra isolamento internazionale, cattiva gestione finanziaria e fallimenti militari.

Già nel 2024, la morte dell’allora presidente Ebrahim Raisi in un incidente aereo aveva messo a nudo, anche in modo simbolico, la vulnerabilità del sistema. L’immagine di un capo di Stato costretto a viaggiare su un elicottero obsoleto per mancanza di pezzi di ricambio, anche per effetto delle sanzioni, era una dimostrazione plastica della debolezza del regime.

Il 2025 è stato poi segnato, tra l’altro, dagli attacchi statunitensi verso le infrastrutture militari e nucleari iraniane, che hanno colpito la deterrenza di Teheran. La cosiddetta “guerra dei dodici giorni” ha anche mostrato la capacità dell’intelligence israeliana di penetrare in profondità nel territorio e nello schema di potere dell’Iran. E gli attacchi di Israele e degli Stati Uniti, sebbene brevi, hanno avuto conseguenze reali. Per esempio, hanno chiaramente portato il governo di Teheran, in una situazione economica sempre più fragile, a dover dirottare risorse verso la ricostruzione dell’apparato bellico. In questa crescente vulnerabilità, il fattore economico-finanziario è importante. Per anni l’economia iraniana, colpita pesantemente dalle sanzioni degli Stati Uniti, ha usato espedienti e circuiti paralleli.

Ora però il sistema bancario ombra sembra sempre meno sostenibile. Come ha ricordato il “Wall Street Journal”, il castello di carte è crollato a fine 2025 col fallimento della Ayandeh Bank. La banca, legata all’establishment conservatore, offriva tassi di interesse insostenibili e sopravviveva grazie alla liquidità della banca centrale, in un circuito che ha contribuito alla crescita dell’inflazione. La valuta iraniana ha registrato pesantissime perdite nel corso del 2025, con conseguenze pesanti sul potere d’acquisto delle famiglie. Le misure di austerità hanno così contribuito ad alimentare il malcontento, sul fronte economico e politico.

In manifestazioni molto ampie, al disagio economico-sociale si sono unite le richieste dello slogan “Donna, vita, libertà”, eredità del movimento nato dopo la morte di Mahsa Amini, ma anche richieste più esplicite di fine dell’attuale sistema. La risposta del regime, sotto la Guida Suprema Ali Khamenei, è stata feroce, con l’accusa al presidente Donald Trump di aver fomentato i disordini. Il bilancio delle vittime è spaventoso, anche se difficile da verificare per il blackout delle comunicazioni.

In questo scenario di sangue, le prospettive per l’Iran sono difficili. Pensare un’uscita lineare da questa crisi non è facile. Il regime, indebolito dagli eventi degli ultimi due anni e dal crollo di molte delle alleanze regionali su cui aveva fatto grandi investimenti, cerca di sopravvivere a qualunque costo. È possibile che, attraverso la repressione, possa riportare la situazione sotto controllo, in una calma apparente garantita dai corpi militari, anche se con una legittimità compromessa.

Oppure, lo scenario potrebbe portare a un’involuzione verso la guerra civile, in un’involuzione che alcuni esperti considerano di tipo “siriano”, ma in un Paese di 90 milioni di abitanti che ha un ruolo regionale significativo. Anche il cosiddetto “cambio di regime” non può essere pienamente escluso, ma le modalità con cui dovrebbe avvenire sono tutt’altro che chiare.

È difficile che in Iran si riproduca uno scenario di tipo venezuelano, cioè un sostanziale tradimento interno al regime, col superamento della leadership attuale in accordo con gli Stati Uniti e con altri attori. I corpi militari in Iran hanno infatti un’identità fortemente legata alla classe religiosa al potere.

Un intervento diretto sul campo per imporre il cambiamento sembra meno probabile: gli Stati Uniti, concentrati sul loro “emisfero” e in una conflittualità più accesa con gli alleati europei, difficilmente vorranno impegnarsi in un’operazione così gravosa, continuando a puntare su operazioni mirate e sulla forte pressione economica. L’obiettivo di Washington rimane comunque quello di indebolire la Cina, principale cliente degli idrocarburi iraniani. Tra tutte queste incertezze, la posizione dell’Iran è precaria.

Alessandro Aresu

Consigliere scientifico di Limes

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