Nella guerra che Trump sta combattendo con l’Iran, può affiorare come un fantasma l’espressione “missione compiuta”, con cui è passato alla storia il discorso tenuto da George W. Bush il 1° maggio 2003.

Ventitré anni fa Bush celebrava la forza degli Stati Uniti in Iraq, col rovesciamento del regime di Saddam Hussein. In queste settimane Trump ha ricordato al mondo, attraverso bombardamenti mirati, la grande capacità militare e tecnologica di Washington. Una lezione della storia, che riecheggia in situazioni differenti come il Vietnam, l’Afghanistan e l’Iraq, è che la forza non basta. Oggi i sistemi d’arma statunitensi e israeliani sanno sferrare attacchi letali, ma la realtà sul campo ha un altro livello di complessità. E ricorda anche la storia di una superpotenza che fatica a gestire ciò che viene “dopo” i bombardamenti e le operazioni militari.

Il regime iraniano, senz’altro ferito ma per ora rimasto in sella, ha risposto alla superiorità tecnologica di Israele e degli Stati Uniti attraverso una tattica fondata sull’attrito e sull’allargamento del conflitto.

In particolare, Teheran ha voluto esporre la vulnerabilità di Paesi considerati sicuri come le monarchie del Golfo, e ha fatto leva sul ruolo di primo piano dello Stretto di Hormuz per gli approvvigionamenti energetici dell’Asia. Queste mosse iraniane hanno effetti diplomatici, economici e sociali molto concreti, con cui tutti devono fare i conti.

Per esempio, negli Stati Uniti è vero che le aziende produttrici di idrocarburi guadagneranno sempre di più per il rialzo del prezzo del petrolio, ma allo stesso tempo i cittadini devono e dovranno pagare di più per la benzina, e questo è un problema politico. Inoltre, c’è un pesante effetto sugli alleati degli Stati Uniti: a essere dipendenti dall’energia che passa per lo Stretto di Hormuz, ancor più dell’avversario di Washington (la Cina), sono Paesi come Giappone e Corea del Sud. E le materie prime petrolchimiche sono tra l’altro, fondamentali per i fertilizzanti indiani. Per fare un altro esempio, la Corea del Sud con la produzione di memorie è uno dei nodi più importanti per la realizzazione dei prodotti digitali; in pratica significa che i prezzi dei computer, già aumentati, cresceranno ancora proprio per via dell’instabilità portata dalla guerra.

La stessa potenza tecnologica degli Stati Uniti all’opera nelle ultime settimane, con l’Iran trasformato in un campo di battaglia dell’era dell’intelligenza artificiale, è caratterizzata da dilemmi etici e aspri contrasti. Lo abbiamo visto nello scontro, già finito in tribunale, tra il Pentagono e la società di intelligenza artificiale Anthropic.

Sembra che non vi fosse un piano chiaro degli Stati Uniti sul futuro del potere in Iran dopo gli attacchi, e c’è stato un errore di valutazione sulla vulnerabilità del regime dopo l’uccisione di Khamenei. Oggi i rappresentanti iraniani non hanno fiducia in un nuovo negoziato: è comprensibile, visto che Trump ha tradito più volte le loro aspettative e li ha bombardati nel mezzo delle trattative.

Nel futuro prossimo, gli Stati Uniti potranno continuare a utilizzare la loro forza militare per indebolire ancora l’Iran. In ogni caso, è stata un’ammissione di debolezza aver chiesto sullo Stretto di Hormuz la collaborazione del Giappone, della Corea del Sud, degli europei preoccupati dall’aumento dei prezzi dell’energia, e addirittura della Cina. Anche perché Pechino, secondo la dottrina “America contro America” di Wang Huning, vede gli Stati Uniti come una superpotenza pericolosa e imprevedibile che continuerà a usare la sua enorme forza per mantenere il proprio dominio, ma che allo stesso tempo si corrode dall’interno e rovina il rapporto con i suoi stessi alleati. La Cina ha i suoi problemi interni, ma è disposta oggi a subire le conseguenze dannose di breve termine delle azioni americane, perché si prepara a un confronto più lungo e profondo.

Nel prossimo futuro, Trump potrebbe ancora provare a “dichiarare vittoria” rivendicando l’eliminazione di Khamenei e l’indebolimento delle capacità missilistiche iraniane, in modo da ridurre l’impatto della guerra sulle elezioni di novembre. Se questo non avverrà, l’America dovrà affrontare un conflitto più lungo e confrontarsi di nuovo coi dilemmi di ciò che accade dopo un intervento militare.

Alessandro Aresu

Consigliere scientifico di Limes

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