Francesco, attualità di un messaggio: l’intervento del 9 ottobre 2026
Di Antonello MenneIl 3 ottobre 1226 moriva ad Assisi Francesco. Era ancora giovane, ma aveva già attraversato sentieri e città d'Italia, percorso a piedi la strada per Santiago de Compostela. Era poi sbarcato in Terrasanta, ad Akko, nel tentativo di fermare le crociate e, con esse, lo scontro tra cristiani e musulmani. Da allora sono trascorsi otto secoli. Eppure, Francesco d'Assisi continua ad attraversare il nostro tempo, incidendo profondamente sulle coscienze dei cristiani, di credenti appartenenti ad altre religioni e, soprattutto, di moltissimi non credenti.
Il suo linguaggio semplice, la chiarezza del suo percorso, la concretezza dei suoi obiettivi e, soprattutto, la coerenza della sua testimonianza di vita hanno fatto breccia nelle coscienze delle persone di buona volontà, al di là dell'adesione a una fede religiosa.
Ma, oltre al contenuto del suo messaggio e alla straordinaria vicenda della sua vita, quale è il segreto di un radicamento tanto profondo nella società italiana e, più in generale, nel mondo? Credo che una parte della risposta si trovi nella struttura stessa del linguaggio francescano e, in particolare, nella scelta di mettere per iscritto delle regole. Sono regole rivolte innanzitutto ai suoi confratelli, ma che, nel loro significato più profondo, diventano indicazioni per tutti coloro che intendono confrontarsi con il suo messaggio. Francesco d'Assisi si inserisce nell’antica tradizione delle prime comunità cristiane, ma compie anche un passo ulteriore. Traduce il messaggio evangelico in regole capaci di orientare la vita concreta e quotidiana dei suoi confratelli e, nello stesso tempo, di offrire un indirizzo a tutti coloro che intendono aderire a quella forma rinnovata di vita evangelica.
L'istituzione di regole chiare e precise ha, dunque, una natura programmatica: contiene un programma di vita. Si tratta della Regola, divisa in 12 capitoli dell’Ordine dei Frati Minori, approvata da Papa Onofrio III con la bolla Solet annuere. E proprio perché è scritto, quel programma può essere conosciuto, discusso e condiviso prima ancora di intraprendere il percorso. Chi aderisce è chiamato a confrontarsi con quella disciplina e ad assumere consapevolmente un impegno. È forse anche da questa prospettiva che possiamo comprendere quanto fosse innovativa, per il suo tempo, l'esperienza di Francesco e quanto essa possa ancora parlarci oggi.
Le regole, intese come insieme di norme che orientano i comportamenti, appartengono a una dimensione più ampia: quella del diritto che, quando è costruito per garantire la dignità e la libertà delle persone, rappresenta uno degli strumenti fondamentali della convivenza. Se vogliamo orientare la società verso il bene, verso un'etica della giustizia e dell'uguaglianza, non basta affidarsi alle buone intenzioni. Servono principi condivisi, norme conoscibili e garanzie riconosciute da tutti. La regola scritta rende possibile il confronto, delimita i comportamenti, protegge i più deboli e crea una base comune sulla quale costruire la convivenza. È una lezione che Francesco, pur senza poter conoscere le categorie giuridiche e politiche del nostro tempo, ci consegna attraverso la concretezza della sua esperienza.
Forse è proprio qui che si trova una delle ragioni della straordinaria attualità del francescanesimo: non soltanto nella forza universale del suo messaggio di pace, fraternità e amore, ma nella capacità di tradurre quei valori in comportamenti, impegni e canoni condivisi. Francesco continua così a interrogarci, ricordandoci che il bene non può essere soltanto proclamato: deve diventare una scelta concreta. E che una società più giusta non si costruisce soltanto attraverso le parole, ma anche attraverso quel diritto positivo capace di trasformare i valori in garanzie di convivenza: uno degli insegnamenti più moderni che Francesco ha lasciato al mondo.
Antonello Menne