La Manovra e le elezioni, l’analisi del 30 settembre
di Alberto MingardiNel 2027 si vota. La legge di bilancio non potrà non tenerne conto. Anche un governo finora parsimonioso vuole guadagnare in popolarità. Il che significa mettere qualcosa in tasca ai cittadini, per usare un'espressione di sapore berlusconiano.
Bruxelles ha aperto ai diversi Paesi margini di "flessibilità" per l'aumento delle spese militari e, al loro interno, per il costo dell'energia. La strategia del ministro Giorgetti è stata, anche contro alcuni colleghi, quella di interpretare nel modo più "flessibile" possibile le categorie cui la flessibilità si applica. Cioè di mettere nel calderone delle spese che passano sotto quell'etichetta anche iniziative legate solo tangenzialmente al riarmo. Come spesso accade, per una cosa di cui bisognerebbe ringraziarlo, Giorgetti è stato criticato. Un forte aumento di qualsiasi voce di spesa finisce inevitabilmente col richiamare l'attenzione di qualche furbo che prova a infilarvisi e, comunque, comporta un certo numero di sprechi in buona fede. Acquistare beni e servizi è un mestiere più complicato di quel che sembri, tant'è che lo Stato lo fa spesso male. A maggior ragione in ambiti nei quali non ha un'esperienza immediatamente spendibile.
Il ministro, allora, preferisce attingere di lì per continuare a finanziare alcune spese preesistenti, anziché imbarcarsi in iniziative nuove. È una soluzione all'italiana, ma di roccioso buon senso.
Non è ancora chiaro che cosa farà il governo dei 14 miliardi di "agio" che la Commissione europea potrebbe concederci per l'energia: chi ne saranno, cioè, i beneficiari. Quei soldi devono andare a "investimenti", etichetta molto malleabile.
Se si parla di carburanti, i cittadini sentono il rincaro e applaudono chi fa qualcosa per attenuarlo. Ma il movimento dei prezzi ha valore segnaletico: ci dice che un certo bene o servizio è meno disponibile, quindi più costoso, di quanto non lo fosse prima. "Sterilizzare" l'indicazione di prezzo dà senz'altro sollievo, ma nel medio termine può avere effetti controproducenti, soprattutto in una situazione così incerta, in cui non sappiamo quanto praticabile sarà lo stretto di Hormuz di qui a qualche mese. Un rincaro suggerisce di ridurre i consumi, e questa, purtroppo, è la premessa per sentirne meno l'effetto.
Da questo punto di vista, la sospensione del bollo nel 2027, già decisa per decreto, è stata liquidata come una mossa elettorale. Lo è, ma costa meno di un taglio delle accise e lascia intatto il segnale di prezzo. È finanziata in larga parte con gli avanzi del Pnrr, segno che si è speso meno del previsto: anziché usarli per altre spese, si è scelto di ridurre una tassa.
L'altra intenzione sin qui annunciata dal governo è quella di alzare la soglia del secondo scaglione dell'Irpef. Oggi vengono tassati con un'aliquota del 33% i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro. Si vorrebbe estendere questo scaglione fino a 60.000 euro.
Non si tratta di una grande riforma fiscale. Per mettere ordine bisognerebbe rivedere tutto il sistema, a cominciare dalle imposte "flat" sul reddito delle partite IVA. Nondimeno l'essenza del provvedimento, cioè considerare "ceto medio" i redditi fino a 60.000 euro, è politicamente azzeccata e convincente nel merito.
Abbiamo letto nei giorni scorsi che in Italia il 30% dei contribuenti paga il 79% dell'Irpef e che 24 milioni di persone non la pagano, fra cui quasi 9 milioni di contribuenti. Legalmente: non si tratta di stime sull'evasione. Nel corso degli anni il fisco è stato modificato in modo da esentare dall'imposta un numero sempre più alto di persone. I contribuenti che reggono il macigno dell'Irpef sulle spalle meritano aliquote più coerenti con i tempi e, soprattutto, che li incentivino a lavorare e quindi a guadagnare un po' di più, non di meno. Il problema del nostro fisco è che proprio ciò che ci porta "sopra" un nuovo scaglione è tassato in modo molto pesante. E ci suggerisce che sarebbe meglio fermarci prima, non arrivare a quella soglia. Il che è il contrario di quello che serve per crescere.
Se la legge di bilancio facesse questo, non scasserebbe i conti e risolverebbe alcuni problemi. Ma, come sempre, le prossime settimane vedranno un'accesa competizione fra partiti per introdurre regalie. Tanto più accesa con le elezioni all'orizzonte.
Alberto Mingardi – Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”