La lezione di Bandinu: il commento del 24 giugno 2026
Di Lorenzo PaoliniDomenica 1° agosto 1999, LâUnione Sarda, 1.500 lire: sotto il solleone Bachisio Bandinu saluta i lettori da direttore entrante del quotidiano che avete fra le mani. Accanto câè il congedo dellâuscente, Antonangelo Liori, con le congratulazioni al ÂŤfraterno amicoÂť che lo sostituisce.
Molti dei colleghi di allora, la gran parte, stanno meritatamente godendo la pensione. Chi câera però ricorda bene la prima volta di questo signore, severamente garbato e cordialmente puntiglioso, fra le scrivanie dellâopen space. Ci sembrava un marziano ma pareva un modo per svoltare e ripartire dopo anni che dire frizzanti e tribolati è poco.
Conoscevamo lâautorevolezza di studioso della Sardegna che cambia, la volontĂ di interpretare i fatti con schemi che salvaguardassero lâoggettivitĂ ma aprissero finestre sullâoltre.
Ancora dallâeditoriale di presentazione: ÂŤCâè inevitabilmente un punto di vista, lâimportante è fare in modo che il punto di vista sia rispettoso della veritĂ . Una bella frase può esser questa: il giornale devâessere uno specchio dei fatti senonchĂŠ esistono anche specchi deformanti che possono ingrandire o rimpicciolire, dare immagini veritiere o falsateÂť.
E fu cosĂŹ che lâintellettuale che si dannava sul Corriere della Sera per raccontare unâisola-continente tenendosi alla larga dai luoghi comuni approdò al quotidiano scoprendone ritmi e complessitĂ .
Aveva uno sguardo da professore, un linguaggio colto e a suo modo divertito. Lo sforzo improbo di farsi anche cronista, riuscendoci talvolta e altre no, lo rendeva dolcemente simpatico.
In qualche modo gli siamo debitori per aver introdotto in questo giornale categorie di riflessione che non sempre sono compatibili con le decisioni sul tamburo che la professione di giornalista richiede.
ÂŤSa weltanshauungÂť, sintetizzava una giornalista colta e ironica col tedesco in tasca. Câera dentro tutto, a partire dalla scommessa di restituire una visione del mondo identitaria ma senza pastrocchi.
Aveva insegnato Lettere per tanto tempo a Varese e poi a Cagliari e la capacitĂ di intercettare lo sguardo dei piĂš giovani era un tratto che lo qualificava. Mai viste tante classi a LâUnione Sarda come quando era direttore Bandinu, via una dentro lâaltra, e lui al centro a raccontare cosâè e quanto incide la qualitĂ dellâinformazione. E soprattutto quanto è necessaria la consapevolezza, di sĂŠ e del mondo che ci sostiene.
Oggi tutti i ragionamenti sullâimmaginario di un popolo â come si forgia, chi detta i valori, con quale rigore è necessario analizzare per non soggiacere a delusioni e cadute â sono materia viva e caldissima.
Bandinu le ha perseguite in decenni di speculazione intellettuale: la modernizzazione, la società dei consumi, la televisione, Internet e la digitalizzazione senza requie, tutti i campi nei quali dispiegò la sua attività scientifica, si riesce a legarli con un medesimo filo rosso.
Unâinquietudine antropologica di uomo e studioso che fa i conti col rischio che una comunitĂ perda la capacitĂ di interpretare se stessa, fra bisogni emergenti e culture cessanti.
Una sequenza di domande nelle quali câè molto del nostro essere sardi ma niente di quellâetnocentrismo che ama contemplare con lussuria il proprio ombelico.
Chi decide chi siamo e, soprattutto, chi saremo? La famiglia, la comunitĂ , la lingua, la scuola, la televisione, lâalgoritmo?
Il suo Costa Smeralda, e altrettanto Il re è un feticcio (scritto con Gaspare Barbiellini Amidei), è stato davvero un contributo importante alla comprensione, non tanto del turismo dei ricchi quanto dello sguardo dei sardi.
Capiva che Porto Cervo â non oggi ma molti ieri fa â era il punto critico in cui una societĂ tradizionale incontrava il capitalismo globale, un fenomeno culturale e non soltanto economico. Un corto circuito in cui lâemergenza era capire chi osserva chi, chi cambia e chi detta i valori.
Oggi la parola identità è brandita come se fosse un setaccio, se passi dal filtro ok altrimenti sei fuori. Per Bandinu era soprattutto un codice antropologico, un processo anzichÊ una reliquia.
La sua ossessione era capire cosa tenesse insieme una comunitĂ , quali pensieri forti ballassero intorno. Per questo studiava la lingua e i riti, gli stilemi del carnevale e la memoria collettiva, senza museificarli come reperti ma valutandoli come codici profondi della societĂ .
Detto in parole facili: raccontare come la Sardegna diventa moderna senza sconti retorici e, soprattutto, senza risposte semplici, provando a costruire una bussola collettiva per decrittare il presente.
In questo quadro sperava di riuscire a descrivere lâidentitĂ â qui e adesso ma anche allora â come una responsabilitĂ anzichĂŠ come un rifugio facile facile.
Non era uno semplice, beninteso. Sfuriate severe, tigna nel difendere le posizioni, pesanti silenzi di disapprovazione e rampogne implacabili. Eppure la qualitĂ degli argomenti che metteva al centro riuscivano a mettere in difficoltĂ anche quelli piĂš duramente ostili.
Non era contrario al cambiamento ma detestava la superficialitĂ nellâosservazione: qualunque progresso ha un costo ed è profondamente amorale non ragionarci sopra.
La lingua è stata uno dei capisaldi del pensiero, da giovane e poi soprattutto in vecchiaia. Non come questione sentimentale, o probabilmente non solo, ma nel suo rapporto complesso e dinamico con cittadinanza (consapevole, ça va), economia e sviluppo: uno strumento di autopercezione collettiva, una piattaforma linguistica che diventa coscienza civica e inesorabilmente progettualità politica.
A guardarla oggi tutta la sua opera sembra un progetto di costruzione di una superficie riflettente. Ă stato uno dei primi a dare una forma ai rischi della colonizzazione mentale.
Oggi parliamo di social, influencer, intelligenza artificiale. Bandinu tematizzava questi argomenti prima che esistessero, le parole erano altre e diverse ma il concetto identico: il timore che i sardi smettessero di raccontarsi con i propri paradigmi e iniziassero a vedersi soltanto con lo sguardo dellâaltro.
In tempi di coscienza zoppicante ed eteroguidata, temeva che una societĂ che perdeva la capacitĂ di guardarsi dentro diventasse dipendente dai racconti prodotti altrove.
Narrazione è una delle parole dâoggi, fatta propria anche dal marketing e quindi un poâ malconcia. La sua idea di racconto era invece una strada senza scorciatoie per costruire unâimpalcatura allâidea di una Sardegna contemporanea, non la difesa della tradizione in quanto tale ma lâinvito a coltivare uno sguardo autonomo sul presente.
Glocale, anche qui prima ancora che la parola esistesse.