Proviamo per una volta a ragionare sulla sanità sarda senza spirito di parte, senza rivendicazioni e possibilmente senza polemiche. Partiamo dai fatti. Oggi emergono cinque grandi problemi: carenza di medici e infermieri; difficoltà delle guardie mediche e dell’assistenza territoriale; ospedali sotto pressione; liste d’attesa e difficoltà della specialistica accreditata; aumento dei cittadini che rinunciano alle cure. Non sono problemi della stessa natura, il più grave è anche quello sul quale è più difficile intervenire.

Mancano infatti i professionisti. I numeri sono impressionanti. Sono state pubblicate 561 sedi vacanti di medicina generale. A settembre la copertura delle guardie mediche era dello zero per cento a Irgoli, del 5,26 ad Aritzo, del 26,32 a Orgosolo. La Asl di Oristano cerca ottanta professionisti persino all’estero. Al Businco vengono segnalati 28 posti letto inutilizzati per carenza di personale.

Sono fatti diversi, ma raccontano la stessa storia. Bisogna riconoscere che la Giunta ha reagito. Il 15 luglio ha deliberato un piano per 1.500 assunzioni a tempo indeterminato: mille infermieri e cinquecento medici. A questi dovrebbero aggiungersi, nel 2027-28, 450 professionisti provenienti dall’estero: medici, infermieri e cinquanta tecnici di radiologia. È una risposta importante, almeno sulla carta. Ma 1.500 assunzioni programmate non significano 1.500 nuovi professionisti. Una parte servirà presumibilmente a sostituire chi ha già lasciato e lascerà il servizio ma, soprattutto, bisognerà vedere quanti candidati si presenteranno davvero. Perché questo è il punto. Se mancano i medici, bandire un concorso non crea medici. Se mancano gli infermieri, un altro concorso non crea infermieri. E pubblicare 561 sedi vacanti di medicina generale non significa trovare 561 medici disposti a occuparle. La conseguenza più grave si vede sul territorio. Migliaia di cittadini rischiano di non trovare il medico di famiglia o la guardia medica, soprattutto nelle zone interne. E quando il territorio non risponde, prima o poi quei pazienti finiscono dove trovano l’unica porta sempre aperta: al Pronto soccorso.

La Regione ha messo in campo incentivi per le sedi disagiate, i nuovi incarichi di medicina generale, Case e Ospedali di comunità. Tutto giusto. Ma appare sempre più evidente la necessità di una riorganizzazione della rete territoriale, le case di comunità devono avere un ruolo in un’organizzazione strutturata e modellata sulle peculiari caratteristiche geo demografiche della Sardegna. E si possono fare anche cose più semplici, come proposto dai comitati dei pazienti, una mail dedicata, un numero verde riservato a chi è senza medico, una corsia preferenziale per gli anziani, giusto per fare qualche esempio. Alessandra Todde ha voluto assumere personalmente, ormai da quasi un anno, la responsabilità politica della sanità. Proprio per questo da lei sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di più di una risposta burocraticamente corretta. Mancano medici? Facciamo i concorsi. Mancano infermieri? Facciamo altri concorsi. Non basta più. La Sardegna non può continuare semplicemente a contendersi con Lombardia, Veneto e con il resto d’Europa un numero di professionisti che è già insufficiente per tutti. Occorre inventare nuovi strumenti, costruire nuovi percorsi di formazione e reclutamento, attrarre giovani dall’Italia e dall’estero, offrire loro formazione, casa, prospettive professionali e ragioni concrete per restare. Servono idee nuove perché nuovo, per dimensioni, è il problema. Persino Silvio Lai, segretario del principale partito della maggioranza, ha usato recentemente parole significative: occorre indicare chiaramente una direzione di marcia. Presidente Todde, ormai non glielo chiede soltanto l’opposizione. Glielo chiede anche il suo alleato più importante.

Franco Meloni

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