Il grave incidente in mare a Su Giudeu ha riportato al centro dell'attenzione il tema delle migrazioni, proprio mentre la Svezia sta imprimendo uno dei più radicali giri di vite alle politiche migratorie in Europa. A suscitare scandalo sono alcune delle nuove norme: la possibilità di perdere il diritto al soggiorno per certi comportamenti (anche non costituenti reato), il contributo di circa 30.000 euro per chi sceglie il rimpatrio volontario, e l'abolizione del permesso di soggiorno permanente anche per chi gode della protezione internazionale. Dovremmo prendere esempio o inorridire? È giusto che chi ha ottenuto un permesso di soggiorno possa perderlo anche quando non ha commesso un reato? È moralmente accettabile prevedere una sorta di buonuscita per ridurre il numero degli immigrati? Qualche settimana fa, si è perfino tentato di abbassare a 13 anni l'età della responsabilità penale per i reati più gravi. La proposta è stata ritirata dal governo, che ha poi ripiegato sulla soglia dei 14 anni per timore di non avere i voti necessari in Parlamento. Inevitabile interrogarsi al riguardo: soprattutto perché i dati mostrano una sovrarappresentazione dei giovani di origine straniera tra i sospettati di reato. Come si è arrivati a tutto questo? E come è possibile che uno dei Paesi più generosi nell'accoglienza (quella stessa Svezia che, nel 2015 ricevette 160mila richiedenti asilo) sia diventata tanto rigorosa da contribuire allo spostamento verso destra del dibattito sulle migrazioni? 

I sostenitori politici di questa svolta radicale sono convinti che i piccoli comuni rurali siano stati messi sotto pressione dall'arrivo di un numero di richiedenti asilo sproporzionato rispetto alla popolazione. Ma i detrattori replicano loro che il sistema di distribuzione adottato dallo Stato ha finito per scaricare sui comuni più piccoli una parte rilevante dell'onere dell'accoglienza, alimentando perfino accuse di «social dumping». I primi citeranno l'impennata delle sparatorie, la violenza delle gang e la formazione di società parallele stipate in periferie-ghetto, i secondi contesteranno che il rapporto tra immigrazione e criminalità non può essere valutato senza considerare le condizioni socioeconomiche e la vulnerabilità delle strategie di integrazione, spesso insufficienti o grossolane. Già alle elezioni del 2022 il partito della destra radicale svedese ha ottenuto più del venti per cento dei voti, diventando l'ago della bilancia in parlamento, e riuscendo a ottenere un accordo programmatico sull'immigrazione e sulla criminalità volto a ridurre la generosità delle politiche migratorie fino ai livelli minimi consentiti dal diritto europeo e internazionale, rendendo di fatto la Svezia un Paese poco appetibile ai richiedenti asilo Il risultato sul piano degli arrivi c'è stato, e le domande di asilo sono oggi ai livelli più bassi da quarant'anni a questa parte. Ma gli sbarchi dei migranti sulle coste del Mediterraneo hanno ripreso ad aumentare. C'è un nesso tra le due cose? Più che una vittoria o una sconfitta, la stretta svedese sull'immigrazione richiama alla mente il film del regista Marco Ferreri La grande abbuffata. Allora come oggi, la Svezia sembra aver agito sull'onda delle emozioni e dell'impulsività: nel 2015 ha aperto le porte in misura eccezionale; oggi applica una stretta senza precedenti, trasformando un rompicapo sociale in un terreno di scontro politico e di ricerca del consenso elettorale. Il problema dell'immigrazione, però, non andrebbe affrontato né con colpi di testa, né con mal di pancia. E, senza una visione distaccata e di lungo termine, ogni soluzione estrema rischia di trasformarsi nell'inizio di un nuovo problema, magari spostando altrove il problema e incoraggiando indirettamente gli sbarchi sulle nostre coste.

Nicola Lecca

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