La vittoria del No al referendum era l’esito previsto da quasi tutti i sondaggi. Ciò che nessuno aveva previsto, però, era il modo in cui si sarebbe determinata. Gli osservatori ritenevano che una partecipazione più alta potesse favorire il Sì. È accaduto invece l’opposto: l’affluenza ha amplificato la portata politica della consultazione.

Le conseguenze saranno pesanti. La più rilevante, nel medio periodo, è che questo risultato rende impossibile ogni nuovo tentativo di riforma costituzionale e, verosimilmente, anche di altre riforme significative. Gli elettori hanno parlato e il loro verdetto ridisegna i confini del “politicamente possibile”. Nell’immediato, Giorgia Meloni si trova sulle montagne russe. Fino a poche settimane fa, la sua riconferma alle prossime elezioni sembrava scontata: anche se sarebbe stata la prima volta, dal 1994, che un governo uscente tornava a vincere. Ora, la coalizione di centrosinistra ha preso un abbrivio che la riporta in partita. Non è, ovviamente, scontato: molto dipenderà dalla legge elettorale e soprattutto da come Pd, Cinque Stelle e alleati sceglieranno di presentarsi.

La sconfitta del Sì, intanto, certifica l’irrilevanza dei centristi, che tolgono consenso alla coalizione cui si affiancano anziché aggiungerne. Ci attende un anno di rissa politica ancora più chiassosa — e l’incertezza internazionale, in questo, non aiuta. La battuta d’arresto referendaria incide anche sul giudizio complessivo sul governo, che finora aveva portato a casa due risultati: la riforma Nordio e il mantenimento dei conti in ordine. La seconda cosa non porta consenso, e la prima, evidentemente, neppure. Restano sul tavolo le altre due promesse di Meloni — autonomia e premierato — entrambe destinate, con ogni probabilità, a finire nel dimenticatoio.

Le analisi dei prossimi giorni spiegheranno perché gli italiani hanno votato come hanno votato. Una cosa però si può già dire: non è stata la peggiore campagna elettorale di sempre. Vi hanno preso parte anche giuristi di rilievo, e chi lo desiderava ha potuto ascoltare argomenti, non solo slogan. Il fronte del No ha condotto una campagna brillante, mobilitando volti noti dello spettacolo, esponenti della società civile e canalizzando lo sdegno dei magistrati. Gestire questi ultimi — che ormai sono, a buon diritto, gli “azionisti di controllo” del Campo largo — sarà un problema per Conte e Schlein.

Il fronte del Sì, al contrario, ha avuto più difficoltà, nonostante l’impegno di giuristi e avvocati. Alcuni esponenti del governo si sono esercitati nell’antica arte dell’autogol. In un classico caso di eterogenesi dei fini, l’esito del voto è inscindibile dal comportamento della premier. Per mesi Meloni ha tentato di ridimensionare la portata politica del referendum, sostenendo che non avrebbe avuto conseguenze sul governo: un argomento non proprio efficace per motivare i suoi elettori. All’ultimo momento è poi scesa in campo personalmente, convinta che un paio di settimane di interventi pubblici — di solito convincenti e ben calibrati — potessero riequilibrare la situazione. Ma nel frattempo si era già formato un orientamento preciso dell’opinione pubblica, dopo mesi in cui le voci del Sì erano semplicemente impari rispetto alla potenza di fuoco del No.

Meloni è intervenuta troppo tardi. Se da un lato ha forse spinto una parte del suo elettorato a tornare alle urne, dall’altro ha confermato quanto sostenevano gli avversari: che il referendum fosse, in realtà, un giudizio su di lei più che sulla riforma del Guardasigilli. Nessuno aveva immaginato una sua impopolarità così marcata, a fronte di indici di gradimento ancora superiori a quelli dei predecessori. Emblematico un volantino che invitava a votare No “contro la guerra” e la riforma ancora da farsi del premierato. Meloni paga anche un posizionamento di politica estera che scontenta quasi tutti: per alcuni troppo filo-Ue e filo-Ucraina, per altri troppo appiattita su Trump. È stato, come era inevitabile, un voto politico. Certifica che il governo vale circa il 45% dei voti, con roccaforti in Veneto, Friuli e Lombardia. Vediamo se la maggioranza andrà avanti col progetto di una legge elettorale proporzionale, che però potrebbe avvantaggiare i suoi avversari. Alla premier converrebbe andarci cauta: dopo questa campagna, all’eterogenesi dei fini ha già dato abbastanza.

Alberto Mingardi

© Riproduzione riservata