Gli annunci di Trump
Di Alessandro AresuLa più grande azienda petrolifera al mondo, Saudi Aramco, ha appena presentato i suoi conti, con l’aumento dei profitti del 33% nell’ultimo trimestre, a oltre 33 miliardi di dollari. Questa crescita è avvenuta anche grazie ai prezzi più elevati del greggio e dei prodotti raffinati e chimici, nonostante le gravi interruzioni del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.
Si può partire da qui per considerare il complesso e importante ruolo dell’Arabia Saudita nelle vicende mediorientali. Il regno, che per ragioni storiche, democratiche ed economiche ha un ruolo di primo piano tra le monarchie del Golfo, sta cercando di tenere in equilibrio vari fattori. Oltre alla tradizionale alleanza con gli Stati Uniti, c’è la necessità di proteggere le infrastrutture energetiche, da cui viene la ricchezza che alimenta le sue ambizioni. Inoltre, emerge l’imperativo di avere aperti i canali di comunicazione col tradizionale avversario, l’Iran, per evitare che la regione precipiti in uno scenario ancora più instabile.
I sauditi hanno imparato, come altri attori della scena internazionale, a prendere sul serio il presidente Trump solo fino a un certo punto. Come sappiamo, Trump ha dichiarato già decine di volte la fine di varie guerre, con annunci roboanti e interruzioni improvvise. È ormai diventato difficile contare i suoi ultimatum che, nonostante la forza militare, economica e tecnologica statunitense, sono sempre meno efficaci.
Credere a ogni dichiarazione di Trump è inutile. Il presidente degli Stati Uniti si è anche reso protagonista di battute in pubblico che sconfinano nell’insulto, verso leader con cui ha un forte rapporto personale, come lo stesso principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Rispetto al contesto instabile che caratterizza gli Stati Uniti, è normale che altri attori della scena internazionale sembrino gli adulti nella stanza.
La diplomazia saudita naviga in questa situazione con una certa cautela. Di recente, Stati Uniti e Arabia Saudita hanno raggiunto un accordo sul nucleare civile, che dovrebbe permettere al regno di costruire reattori usando la tecnologia americana. L’intesa non è ancora definitiva perché dovrà essere approvata dal Congresso, che dovrà considerare il suo impatto sulla non proliferazione nucleare. Attraverso questa operazione, in ogni caso, i sauditi hanno mostrato la loro importanza, giocando su più tavoli anche con la Cina e col Pakistan.
Di recente, l’Arabia Saudita ha partecipato ad operazioni militari per rispondere agli attacchi alle infrastrutture energetiche ed è da anni impegnata in una guerra per procura contro l’Iran, in Yemen e non solo. Allo stesso tempo, Mohammed Bin Salman ha telefonato direttamente a Trump per evitare ulteriori escalation militari, dopo l’ennesimo annuncio di attacchi devastanti all’Iran da parte degli Stati Uniti.
Perché accadono eventi che sembrano contraddittori? Perché gli attori regionali come l’Arabia Saudita, il Qatar, l’Oman e il Pakistan cercano comunque di tessere un filo diplomatico in questa fase. Ciò non vuol dire naturalmente che Arabia Saudita e Teheran siano o saranno in buoni rapporti, perché la loro rivalità è un fatto del nostro tempo. Però può esserci una convenienza reciproca di gestire la crisi e mantenere fili di dialogo, per evitare che la situazione deragli in modo incontrollabile.
In ogni trattativa bisogna considerare che, se l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo hanno preso le misure rispetto al comportamento erratico di Trump, gli iraniani a loro volta considerano coerente con la “arte del negoziato” del presidente statunitense indurire le proprie posizioni, cercando sempre di proiettare forza.
Per quanto riguarda i Paesi del Golfo, non bisogna mai dimenticare le loro dinamiche di competizione interna, soprattutto tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Ma molte cose li accomunano. Tutti in questa fase storica hanno scoperto una vulnerabilità inedita rispetto al recente passato. Tutti hanno ingenti risorse economiche e diplomatiche da investire nell’area. Tutti competono per i rapporti militari, scientifici e tecnologici con gli Stati Uniti. E tutti provano ad attrezzarsi per un mondo in cui ognuno cerca di fare da sé, e di costruire alleanze variabili, per tutelare i propri interessi.
Alessandro Aresu
Consigliere scientifico di Limes