Cosa c’è dietro il Risiko bancario
Di Alberto MingardiIl CEO di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, non le manda a dire. Messina ha detto che la mossa dell'istituto sul Monte dei Paschi di Siena è «un'operazione di mercato», dal momento che paga gli azionisti il 12,5% in più del prezzo dell'azione lo scorso 5 giugno, e il 18,7% rispetto alla media ponderata degli ultimi sei mesi. Invece quella del Banco BPM, che si è proposto come partner alternativo in uno scambio carta contro carta, è una lettera d'amore: belle parole cui non seguono i fatti, e l'unico fatto rilevante, in un'acquisizione, sono i quattrini.
I risparmiatori italiani investono spesso in titoli bancari e questa battaglia è per loro una buona notizia: il titolo del Monte dei Paschi, come quello di Intesa, ha registrato un rialzo. In linea generale, se in un'operazione come questa chi compra mette sul piatto un valore sensibilmente più alto del prezzo di mercato è per una ragione: è convinto che riuscirà a gestire l'azienda che sta comprando meglio di come sia stata gestita fino a quel momento, estraendone cioè più valore nel lungo termine.
Per i cittadini italiani, con o senza titoli bancari in portafoglio, l'offerta di Intesa Sanpaolo è una buona notizia da un altro punto di vista. In Italia è molto difficile che delle imprese passino di mano: soprattutto se sono aziende importanti. Invece, in rapida successione, abbiamo avuto l'acquisizione di Mediobanca da parte del Monte e poi l'offerta di Intesa su quest'ultimo.
Perché è un bene che un'impresa sia contendibile, cioè che possa cambiare proprietario? Perché, detto con una battuta, il futuro non necessariamente somiglia al passato. Le sfide del mondo del credito e del risparmio gestito nei prossimi anni saranno diverse da quelle degli anni scorsi.
Il fatto che sia possibile per un soggetto acquisirne un altro, pagandolo in moneta sonante, non assicura che a controllare un'impresa sia sempre chi ha le idee migliori per farlo: ma sicuramente ci avvicina a questa situazione ideale, più di quanto non lo faccia avere azionisti che non possono essere messi in discussione.
Per anni, dopo la privatizzazione, le banche sono state immobilizzate dalle fondazioni di origine bancaria, che da una parte – ed è un'ottima cosa - incassavano parte dei dividendi per impiegarli sul rispettivo territorio, e dall'altra – ed è stata meno una buona cosa – erano lo snodo essenziale del «risiko» degli assetti societari. Negli ultimi anni le fondazioni si sono diluite, l'azionariato è molto più ampio e diversificato, le banche sono le uniche vere public company del nostro Paese e rispondono, in buona sostanza, al management.
Messina è stato alla finestra nel risiko bancario degli ultimi anni. A differenza di alcuni suoi colleghi, che hanno tentato operazioni diverse, andate o meno a buon fine, è rimasto calmo. Ha fatto una singola mossa e pare che sia destinata a essere scacco matto.
Al di là dell'ammirazione per il suo sangue freddo, che cosa ha da guadagnare l'Italia da questa nuova puntata della telenovela del credito? Intesa ne verrà fuori come una banca di dimensioni molto grandi – lo è già oggi, ma lo sarà ancora di più. Sarà un gigante rispetto al Paese e al suo PIL. Finché le cose vanno bene, questo è un vantaggio: è utile avere un operatore di stazza internazionale. In una crisi finanziaria, può diventare un problema. Non è poi detto che le dimensioni servano a fare quell'innovazione di cui il mondo del credito ha così bisogno. Anzi, sappiamo che per sviluppare prodotti e lanciare nuove tecnologie è più facile cominciare da zero – come Revolut (nata dal nulla e oggi, per capitalizzazione, una delle prime banche europee) – che dover integrare i sistemi informativi delle banche esistenti.
Nel breve, i vantaggi superano gli svantaggi. Se non altro per la scossa che Intesa ha dato al mercato. Per una volta il resto del mondo pensa che non è vero che in Italia non può succedere niente. E non è neppure vero che non muove foglia che il governo non voglia: Messina ha messo nel mirino una banca che è stata salvata dallo Stato, il quale ne detiene ancora il 4,86%. Innanzi a un'offerta così vantaggiosa, per ora la politica ha fatto buon viso. È quello che dovrebbe succedere in un Paese normale.
Alberto Mingardi
Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”