Cagliari, fra il sogno e l’ossessione: l’editoriale del 19 dicembre 2026
Di Enrico PiliaCagliari-Juventus non è solo una normale sfida di Serie A. Da queste parti è molto di più, qualcosa che senti dentro. Per la Juve è stato un inciampo, per il Cagliari è stato Capodanno. Oggi è il confronto fra il gigante – il club che confeziona i cappotti di cachemire su misura per staff e giocatori – e “una terra, un popolo, una squadra”. Ieri, mezzo secolo fa e dintorni, era una partita che decideva lo scudetto, senza Var, commenti live, telefonini e altre amenità del modernismo, Riva contro Haller e Martiradonna che legnava tutti. Sabato sera è stata una battaglia sportiva, il sogno della vittoria storica, il successo dell’umiltà contro l’ossessione dello scudetto, della rimonta, della ritrovata nobiltà.
Chi ha visto la partita, anche se da sfegatato tifoso rossoblù, non può negare che la Juve abbia fatto calcio, lottato, sbuffato, puntando dal primo istante con una voracità famelica la porta del Cagliari. Quello che doveva fare. Poi c’è il calcio, lo sport, la sfida, la passione, l’imprevedibilità che porta quasi ogni sera, sul territorio nazionale e non solo, decine di migliaia di persone dentro uno stadio. Pioggia, vento, freddo, scomodità e sofferenza, tutto fa parte del pacchetto, ma il tifoso non sente nulla se lì sotto, su un manto erboso pieno di trappole, c’è qualcuno che ti riscalda il cuore. E ti fa fare festa.
Il sogno contro l’ossessione, gli occhi di Pisacane, un ragazzo ferito nel cuore solo pochi giorni fa, contro un signore velatamente altezzoso, Spalletti.
Lui, ottimo comunicatore, ha subito archiviato con un’alzata di spalle una serata disastrosa, perché a Cagliari ha perso la corsa per tornare in vetta, la sua ossessione dal primo minuto alla Continassa mentre misurava il cappotto blu notte.
L’analisi della partita è inevitabilmente inquinata dal risultato, clamoroso, perché un tiro in porta, uno solo, può cambiarti la vita. Quella di Mazzitelli, per esempio, romano, trent’anni, arrivato in silenzio dal Como miliardario, che ha atteso il suo momento per prendersi una maglia e la scena. Quel tiro ha cambiato il percorso di Pisacane, che riporta il progetto Cagliari al centro del villaggio e che senza Deiola, Folorunsho, Belotti, Zappa e con Mina al 40 per cento, batte la Juve che arrivava da sei vittorie nelle ultime dieci partite. Il sogno si può coltivare con le parate impossibili, respingendo un assedio feroce, ripartendo con quella dolce follia dell’età verdissima di qualche rossoblù – quando corre Palestra dovrebbero cantare tutti, allo stadio – che rende lo show più affascinante. Il sogno contro l’ossessione, quella di vincere sempre e programmare ogni istante della settimana per quello, condizione mentale che alla Juve coltivano e che può farti perdere lucidità, come il rigorino di David con il Lecce.
Pisacane appare lucidissimo e pervicace. Ostinazione maniacale, da coltivare col distacco dalla noiosa, fastidiosa realtà che si chiama mondo esterno. Il Cagliari ha vinto dopo la figuraccia nazionale col Genoa, conta solo questo. E il sogno continua.
Enrico Pilia