Tra tutti i grandi cambiamenti che attraversano una società, quello demografico è probabilmente il più prevedibile. Sappiamo, con molti anni di anticipo, quante persone nasceranno, quante entreranno nel mercato del lavoro e quante raggiungeranno l’età della pensione. Pochi altri fenomeni sociali consentono di conoscere con tanta precisione la direzione e l’intensità dei cambiamenti. Proprio questa prevedibilità rende ancora più difficile giustificare politiche che considerano l’invecchiamento soltanto come un’emergenza.

La politica, specie negli ultimi anni, ha ancorato le proprie scelte a orizzonti temporali molto brevi. Le scadenze elettorali, il susseguirsi delle legislature, la pressione dell’opinione pubblica spingono i decisori a privilegiare solo gli interventi in grado di produrre risultati visibili nel giro di pochi mesi o di pochi anni. È ciò che si definisce cortotermismo (short-termism): la tendenza a privilegiare il breve periodo rispetto agli investimenti i cui benefici maturano lentamente.

Non si tratta di attribuire la responsabilità di questo ai singoli politici. Il punto è più profondo. Ogni sistema istituzionale genera incentivi e, se questi premiano solo il consenso immediato, è naturale che politiche dagli effetti differiti – come quelle che riguardano la natalità, l’istruzione, la formazione continua, l’immigrazione, la salute o l’invecchiamento attivo – fatichino a trovare spazio nell’agenda pubblica.

È qui che il tema demografico incontra quello delle istituzioni: una società che cambia lentamente ha bisogno di istituzioni capaci di pensare le proprie azioni nel lungo periodo. Siamo abituati a parlare di capitale umano, cioè l’insieme delle conoscenze e delle competenze di una popolazione, ma forse è il momento di iniziare a parlare anche di capitale istituzionale.

Questo non coincide né con l’insieme delle leggi né con i governi che si succedono. È l’attitudine di un Paese a progettare e attuare politiche coerenti nel tempo, a mantenere una direzione anche quando cambiano le maggioranze e ad affrontare trasformazioni che richiedono decenni anziché pochi anni. Il capitale istituzionale si misura anche nella capacità di mantenere nel tempo obiettivi condivisi, evitando che ogni cambio di maggioranza comporti un cambio di direzione.

Pensiamo alla formazione continua. Se oggi investiamo nell’aggiornamento delle competenze dei cinquantenni, gli effetti si vedranno nel corso di molti anni. Lo stesso vale per la prevenzione sanitaria, la transizione energetica, le politiche di accoglienza e di integrazione degli immigrati o gli interventi a sostegno della natalità. Sono tutte politiche che richiedono continuità e stabilità. Proprio per questo faticano a trovare spazio in un sistema istituzionale orientato al consenso immediato.

La demografia ci impone dei vincoli, ma ci offre anche un vantaggio straordinario: il tempo. A differenza di molti altri fenomeni economici e sociali, i cambiamenti demografici sono lenti e, proprio per questo, prevedibili. La domanda è se siamo capaci di sfruttare questo tempo per prepararci o se sappiamo solo rincorrere le emergenze.

L’Italia è tra i primi Paesi al mondo a confrontarsi con una società profondamente longeva. Possiamo considerare questa trasformazione soltanto come un problema, oppure come un’opportunità per costruire nuovi equilibri. Il capitale di un Paese non è solo quello umano o economico, ma anche quello espresso dalla capacità delle sue istituzioni di progettare politiche coerenti, stabili e lungimiranti. Si tratta di una risorsa troppo poco considerata nel dibattito pubblico, ma decisiva per affrontare trasformazioni i cui effetti si manifestano nel corso di molti anni.

Mariano Porcu, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Cagliari

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